Prima teoria
Mi hanno detto di salire al piano, lì avrei trovato ad attendermi la persona che mi ha fissato l’appuntamento. So che mi faranno aspettare. Malgrado sia in perfetto orario: neppure cinque minuti di ritardo, avrei dato l’idea di essere una persona poco affidabile, figurarsi l’ipotesi di arrivare in anticipo, sarei parso ansioso. Questa volta mi dice male, non c’è neppure un salottino di attesa, e si che stiamo parlando di una delle più grandi aziende editoriali italiane. Per questa volta non posso leggere una delle riviste che stanno a bella posta, nemmeno posso tirare fuori il quotidiano che porto con me. Posso solo leggere la piantina con i piani di fuga in caso di incendio, non posso neppure cercare le telecamere.
Tanto lo so che ci sono, spesso servono per effettuare una prima analisi del candidato, osservandone ogni gesto. È una tecnica ben precisa, è stata messa a punto con anni di dura ricerca nei campi più svariati, dalla psicologia alla grafologia.
In primo luogo: l’attesa. Inutilmente protratta nel tempo. Serve a verificare le reazioni del candidato, quanto si mostra infastidito. Ma non solo. Può servire per capire come si organizza i tempi morti, guai se uno ha un animo contemplativo ed è in grado di sfruttare una decina di minuti per pensare ai casi propri, darebbe l’idea di non avere nulla da fare. Molto meglio farsi spiare intenti a leggere qualcosa: purché non sia connotato politicamente, non possa distrarlo troppo, interessarlo eccessivamente o far sentire ignorante il selezionatore che prenderà visione del filmato. In pratica riviste intelligenti sono assolutamente proibite, romanzi vanno bene solo se hanno la copertina morbida che si possa piegare, facendo però caso a non apparire degli intellettuali, pare che l’intelligenza dia una spiacevole connotazione politica.
Comunque oggi non si pone il problema; come già detto l’unico modo che ho di mostrarmi operoso è studiare il piano di evacuazione, senza mostrarmi sognante ad immaginare cosa vorrebbe dire svuotare un ufficio del genere, senza uno straccio di esercitazione: non si sa mai, qualora servisse.
Intanto arriva la selettrice: è perfetta, tailleur d’ordinanza, mano magra tendente al sottopeso, massimo cinque anni più di me, discreta attività in palestra. Non la guardo più di tanto, so bene cosa sta pensando adesso. Valuta come tengo le mani, se mi mangio le unghie o se mi faccio fare la manicure. Mi sa che ci resterà male, la gatta mi ha lasciato un bel graffio ieri notte: capirà che ho un gatto o mi crederà uno psicotico masochista?.
Ad ogni modo mi fa accomodare in una saletta e se ne va, lasciandomi a compilare un questionario che risale alla professione dei miei genitori. Ho tutto il tempo di riempirlo, un po’ in stampatello, per l’anagrafica, e un po’ in corsivo, per le voci più lunghe, quelle in cui mi si chiede quali corsi abbia frequentato. A dire il vero alterno stampatello e corsivo volontariamente. Lo faccio per dar lavoro ai calligrafi: non si sa mai, magari sono una di quelle aziende che fa fare le perizie calligrafiche per conoscere meglio i candidati. Visto il padrone è anche probabile, fra l’altro usano gli stessi moduli per le case editrici, le banche e le industrie di intrattenimento: avrà fatto lo stesso con i ministri? Poi dicono che non mi fido della psicotecnica.
Ad ogni modo faccio in tempo a finire di ricopiare quello che ho scritto nel modulo dell’altra settimana e a guardarmi abbondantemente attorno, le telecamere possono essere ovunque, aspettando che la selezionatrice pensi di poter tornare.
Finalmente la vedo arrivare, parliamo di noi, o meglio, lei mi fa domande e io le rispondo ciò che penso che voglia sentirsi dire, mentendo quanto basta per apparire mediocremente speciale, decisamente uguale agli altri e innocuo per il padrone dell’azienda, che poi sappiamo chi è visto che se non è lui quasi sicuramente è qualcuno che sogna di imitarlo.
Il problema si presenta alla fatidica domanda sul che cosa voglia fare della mia vita. Vorrei risponderle domandando cosa possa offrirmi l’azienda o, meglio, come potrei rendermi utile per la stessa, ma non sarebbe in grado di apprezzare, LEI, la “selezionatrice” deve essere in grado di tracciare un profilo psicologico del candidato e questa è una domanda fondamentale allo scopo. Ricordo ancora una selezionatrice che passò parte del colloquio a spiegarmi che quel tipo di lavoro per il quale mi ero proposto, nella realtà delle cose non esisteva. Non perché io fossi un illuso incapace di relazionarmi con le reali richieste del mercato del lavoro ma semplicemente perché quel tipo di servizio, fondamentale per l’esistenza stessa dell’azienda in questione, veniva esternalizzato tramite appalti a fornitori esterni. Questa volta rispondo che intendo entrare in una grande casa editrice per farmi le ossa e poter imparare un mestiere, certo delle basi acquisite ma pronto a mettermi in gioco con curiosità e intelligenza.
Diplomatico penso io. Indeciso pensano loro.
La prossima volta rispondo che voglio diventare presidente dell’azienda.
Almeno sarà una risposta stupida per entrambi.
Dal momento che i colloqui fatti fino ad ora presentano caratteristiche in comune, alle 17 del 17 novembre del primo anno della nuova era politica assai simile alla precedente enuncio la mia teoria: “L’intelligenza del selettore del personale è direttamente proporzionale alla serietà dell’offerta lavorativa dove per serietà si consideri una decente retribuzione o almeno una sua parvenza, in base alla proprietà della bocca buona, e per intelligenza del selezionatore si intenda la sua capacità a non considerarsi membro di una casta eletta.”
Cordialmente rimando al prossimo intervento per l’enunciazione della proprietà della bocca buona.
Tanto lo so che ci sono, spesso servono per effettuare una prima analisi del candidato, osservandone ogni gesto. È una tecnica ben precisa, è stata messa a punto con anni di dura ricerca nei campi più svariati, dalla psicologia alla grafologia.
In primo luogo: l’attesa. Inutilmente protratta nel tempo. Serve a verificare le reazioni del candidato, quanto si mostra infastidito. Ma non solo. Può servire per capire come si organizza i tempi morti, guai se uno ha un animo contemplativo ed è in grado di sfruttare una decina di minuti per pensare ai casi propri, darebbe l’idea di non avere nulla da fare. Molto meglio farsi spiare intenti a leggere qualcosa: purché non sia connotato politicamente, non possa distrarlo troppo, interessarlo eccessivamente o far sentire ignorante il selezionatore che prenderà visione del filmato. In pratica riviste intelligenti sono assolutamente proibite, romanzi vanno bene solo se hanno la copertina morbida che si possa piegare, facendo però caso a non apparire degli intellettuali, pare che l’intelligenza dia una spiacevole connotazione politica.
Comunque oggi non si pone il problema; come già detto l’unico modo che ho di mostrarmi operoso è studiare il piano di evacuazione, senza mostrarmi sognante ad immaginare cosa vorrebbe dire svuotare un ufficio del genere, senza uno straccio di esercitazione: non si sa mai, qualora servisse.
Intanto arriva la selettrice: è perfetta, tailleur d’ordinanza, mano magra tendente al sottopeso, massimo cinque anni più di me, discreta attività in palestra. Non la guardo più di tanto, so bene cosa sta pensando adesso. Valuta come tengo le mani, se mi mangio le unghie o se mi faccio fare la manicure. Mi sa che ci resterà male, la gatta mi ha lasciato un bel graffio ieri notte: capirà che ho un gatto o mi crederà uno psicotico masochista?.
Ad ogni modo mi fa accomodare in una saletta e se ne va, lasciandomi a compilare un questionario che risale alla professione dei miei genitori. Ho tutto il tempo di riempirlo, un po’ in stampatello, per l’anagrafica, e un po’ in corsivo, per le voci più lunghe, quelle in cui mi si chiede quali corsi abbia frequentato. A dire il vero alterno stampatello e corsivo volontariamente. Lo faccio per dar lavoro ai calligrafi: non si sa mai, magari sono una di quelle aziende che fa fare le perizie calligrafiche per conoscere meglio i candidati. Visto il padrone è anche probabile, fra l’altro usano gli stessi moduli per le case editrici, le banche e le industrie di intrattenimento: avrà fatto lo stesso con i ministri? Poi dicono che non mi fido della psicotecnica.
Ad ogni modo faccio in tempo a finire di ricopiare quello che ho scritto nel modulo dell’altra settimana e a guardarmi abbondantemente attorno, le telecamere possono essere ovunque, aspettando che la selezionatrice pensi di poter tornare.
Finalmente la vedo arrivare, parliamo di noi, o meglio, lei mi fa domande e io le rispondo ciò che penso che voglia sentirsi dire, mentendo quanto basta per apparire mediocremente speciale, decisamente uguale agli altri e innocuo per il padrone dell’azienda, che poi sappiamo chi è visto che se non è lui quasi sicuramente è qualcuno che sogna di imitarlo.
Il problema si presenta alla fatidica domanda sul che cosa voglia fare della mia vita. Vorrei risponderle domandando cosa possa offrirmi l’azienda o, meglio, come potrei rendermi utile per la stessa, ma non sarebbe in grado di apprezzare, LEI, la “selezionatrice” deve essere in grado di tracciare un profilo psicologico del candidato e questa è una domanda fondamentale allo scopo. Ricordo ancora una selezionatrice che passò parte del colloquio a spiegarmi che quel tipo di lavoro per il quale mi ero proposto, nella realtà delle cose non esisteva. Non perché io fossi un illuso incapace di relazionarmi con le reali richieste del mercato del lavoro ma semplicemente perché quel tipo di servizio, fondamentale per l’esistenza stessa dell’azienda in questione, veniva esternalizzato tramite appalti a fornitori esterni. Questa volta rispondo che intendo entrare in una grande casa editrice per farmi le ossa e poter imparare un mestiere, certo delle basi acquisite ma pronto a mettermi in gioco con curiosità e intelligenza.
Diplomatico penso io. Indeciso pensano loro.
La prossima volta rispondo che voglio diventare presidente dell’azienda.
Almeno sarà una risposta stupida per entrambi.
Dal momento che i colloqui fatti fino ad ora presentano caratteristiche in comune, alle 17 del 17 novembre del primo anno della nuova era politica assai simile alla precedente enuncio la mia teoria: “L’intelligenza del selettore del personale è direttamente proporzionale alla serietà dell’offerta lavorativa dove per serietà si consideri una decente retribuzione o almeno una sua parvenza, in base alla proprietà della bocca buona, e per intelligenza del selezionatore si intenda la sua capacità a non considerarsi membro di una casta eletta.”
Cordialmente rimando al prossimo intervento per l’enunciazione della proprietà della bocca buona.
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