Alla salute, Tovarisch
Sembravano ghirlande. Stavano li, appesi al soffitto. Provoloni e prosciutti a fare da cornice al bancone pieno di costolette, fettine, cotolette impanate e cosciotti d’agnello che correvano per tutta la parete del negozio. Una macelleria stretta, di quelle con la cassiera vicino alla porta come si vedevano anni fa, sempre piena di clienti più o meno golosi, più o meno sgomitanti. Era entrato lì dopo essersi fatto una doccia nella piscina comunale più vicina. Aveva tirato su qualche soldo, chiedendo qua e là. Non aveva nuotato se non per qualche bracciata, giusto perché entrare, fare la doccia e uscire, forse, avrebbe destato sospetti da parte di qualche curioso. Non amava i curiosi.
La sera sarebbe salito su un treno per Genova e da lì sarebbe arrivato a Mentone. Passato il confine sarebbe stato facile, sarebbe andato a Marsiglia. Era stato Pierre, un corso conosciuto in quei mesi, a dirgli come fare per poter avere un passaporto, anche questo senza destare troppe curiosità.
Adesso, malgrado la gran fame, guardando la vetrina della macelleria si sentiva tranquillo. Era fuori. Finalmente. Anche questa volta.
Quando si erano presentati a casa sua, nove mesi prima, avevano sfondato la porta. Erano entrati urlando, le pistole in pugno. Alla polizia italiana piacevano questi atteggiamenti da salvatori della patria. L’avevano trovato seduto in poltrona, una piccola valigia appoggiata sulle gambe. Erano piombati nella casa al secondo piano del palazzo di proprietà di quella che, negli ultimi mesi, aveva presentato come la sede della finanziaria Nikolakis, alle quattro del mattino. Per dare maggior tono e risalto all’arresto, volevano coglierlo nel sonno. Non era certo per impedirgli di fuggire, visto che chi l’aveva denunciato l’aveva descritto come un uomo mite, quasi indifeso a vedersi.
Vedendolo seduto e pronto rimasero un po’ delusi.
Effettivamente negli ultimi due anni si era sempre presentato in maniera dimessa. Certo, sempre elegante e curato ma non si era mai mostrato se non come un contabile più fortunato e, forse, di poco più abile di altri. Non voleva dare nell’occhio, aveva già stabilito tutto, e non voleva che qualcuno si impicciasse. A tutti gli effetti era un uomo d’affari, gestiva una finanziaria che proponeva prestiti immediati, a tassi onesti. I suoi libri contabili erano impeccabili, così come la sua patente di guida. Realmente non c’era nulla per arrestarlo, tanto meno per poter ottenere un mandato di perquisizione. L’attività della finanziaria era lecita come poche altre a Milano.
Il suo proprietario, il greco Kostas Andreakis, così si presentava da qualche anno, l’aveva messa in piedi e gestita per due anni con l’aiuto di un commercialista di provata onestà, il cui nome non era mai comparso in nessuna indagine effettuata dalla Guardia di Finanza.
Aveva controllato. Possedeva abbastanza soldi per comprarsi tutte le informazioni necessarie e quando avviava un’attività di copertura, aveva piacere che fosse davvero lecita. Di copertura, appunto.
Come la sua identità, certamente fittizia, visto che l’unica traccia di Grecia nel suo organismo era il tabacco delle ottanta Karelia senza filtro che fumava pubblicamente. Non le sopportava quelle sigarette dal sapore troppo leggero, ma se le faceva arrivare appositamente in una tabaccheria del centro. Anche queste erano parte della sua identità di affarista greco, così amante e nostalgico della propria patria, da non fumare altro se non sigarette nazionali.
Per la sua reale professione era molto importante, poter gestire e giustificare la provenienza di forti somme di denaro, senza rischiare di essere collegato a nessun traffico illecito.
Aveva cominciato a quasi trent’anni. Fino ad allora era rimasto un semplice dirigente della Oto Melara, comprava acciaio tedesco e lo rivendeva sottoforma di mine anti-uomo. Un lavoro onesto, a norma di legge. Un giorno, verso la fine del 1983, bussò alla sua porta un uomo dall’aspetto sano. Era vestito con un completo blu, una cravatta regimental, su una camicia Oxford. Chiudendo la porta si presentò per quello che era, senza giri di parole né finzioni. Era Marck Garner, agente della C.I.A. di stanza a Trieste. Voleva sapere se c’era un modo per far arrivare una fornitura di armi moderne ed efficienti in Afghanistan, destinate ad un gruppo di oppositori del regime sovietico, senza che restassero tracce tali da collegare il governo americano a queste spedizioni. Il modo c’era, lo sapevano entrambi molto bene. La domanda non era stata posta a caso, serviva per capire se il dirigente della Oto Melara sarebbe stato in grado di gestirlo, questo traffico.
Non fu difficile organizzare la prima spedizione, sostanzialmente si trattava di far arrivare delle casse a Jaiselmer, in Rajasthan. A quel punto, Garner ci tenne a chiarirlo, il compito di quest’anonimo dirigente, sarebbe finito. Da lì, tramite uomini di fiducia, ufficialmente membri della fondazione italiana per lo studio della lingua indiana, sarebbero state rispedite in Italia, a Udine, nella caserma Berghinz, da dove, tramite qualche altra spedizione, sarebbero finalmente arrivate nella zona tribale tra il Pakistan e l’Afghanistan. Per le prime cinque sei spedizioni, effettuate con cadenza settimanale, l’uomo si disinteressò completamente di ogni altro aspetto che esulasse dagli accordi presi, fino a quando non si rese conto che, se riusciva a fare in modo che il governo statunitense non risultasse implicato in queste spedizioni, avrebbe potuto mantenere segreti anche i propri legami e mettersi in proprio. Questa prima operazione da libero professionista non andò troppo bene, per questo dovette abbandonare il proprio posto alla fabbrica d’armi, ma riuscì senza troppe difficoltà a far perdere le sue tracce, anche grazie alle conoscenze acquisite nella C.I.A., che collaborarono non poco a sviare le indagini della magistratura italiana. Da allora, questo anonimo dirigente di origine belga, avviò una fiorente attività commerciale la cui segretezza era garantita da svariate attività lecite, svolte ogni volta sotto diversa identità, come quella del finanziere greco.
Allora perché lo stavano arrestando? Semplice, aveva fatto in modo che accadesse, doveva incontrare un altro trafficante. Questi era stato arrestato a Pantelleria e stava per essere estradato, per questo era di passaggio a San Vittore. Il belga aveva bisogno di parlargli, non per dirgli di non fare il suo nome. Non sarebbe successo ad ogni modo e poi, a lui, quando l’aveva conosciuto in Somalia, si era presentato come cittadino guatemalteco, quindi non aveva nulla da temere.
Doveva prendere accordi per gestire una serie di affari in comune. Se lo avesse contattato nella maniera tradizionale, attraverso avvocati o posta, avrebbe bruciato la copertura guatemalteca e, forse, sarebbe stato anche coinvolto nelle indagini a carico dell’estradante. L’unica soluzione era di farsi arrestare per un’accusa fittizia, assemblata ad arte, in modo da poter essere smontata in sede di processo. L’aveva già fatto altre volte, era un modo come un altro per entrare in contatto con determinati colleghi o potenziali fornitori. In un paio di occasioni si era non solo divertito ma, con i rimborsi per il danno ingiustamente subito, aveva guadagnato qualche milione di euro. Tutto dipendeva dall’ordinamento giuridico dello stato dove avveniva l’arresto e dall’identità fittizia che impersonava in quella giurisdizione. Comunque, anche se non ci guadagnava, riusciva ad uscirne pulito, quanto bastava per far perdere le tracce cambiando identità.
Non questa volta.
Anzi, rischiava di non uscirne più. Non aveva fatto male i conti, l’accusa che aveva preparato, la trappola, come si divertiva a chiamarla, era assolutamente perfetta. L’avvocato, all’oscuro di tutto, gli aveva già detto che stavano per rilasciarlo. Questo dopo due settimane dall’arresto, il punto era che da allora erano passati poco meno di tre mesi. Troppi. In questi tre mesi, sempre secondo l’avvocato, il procuratore che si occupava del suo caso aveva chiesto un supplemento di indagini, aveva detto che il caso gli ricordava molto una causa persa dallo stato dell’Alabama, qualche anno prima. A questa notizia il belga aveva pensato che il procuratore non fosse altro che uno di quei rampanti che hanno fatto un master negli Stati Uniti e, studiata un po’ di letteratura giuridica, pensano di poter arrivare chissà dove. Ad ogni buon conto aveva cercato di prendere, tramite l’avvocato, qualche informazione supplementare, giusto per non farsi trovare impreparato se fosse stato necessario scoprirsi, e si era presto reso conto che il procuratore non era uno sprovveduto. Stava passando al setaccio tutti i casi in cui i suoi avatar erano stati implicati.
Non era il caso di perdere la calma, non per ora.
Se le identità fossero state messe in relazione, cosa sarebbe accaduto? Non voleva scoprirlo e, soprattutto, non voleva correre il rischio di dover affrontare un processo che mettesse insieme tutte le identità fino ad ora vissute. Non era schizofrenico, trafficava armi in molti paesi. Le conseguenze sarebbero state imbarazzanti.
Stava facendo queste considerazioni mentre, in cella, giocava a scacchi con un suo compagno. Era un vecchietto simpatico. Un albanese mezzo matto che verso la fine del 2002 aveva deciso di venirsene in Italia. Arrivato come clandestino era stato espulso e, recidivo, adesso si godeva la vita a spese dello stato italiano nel carcere di San Vittore. Diceva sempre che, dopo essere stato rinchiuso in un gulag, ai tempi di Tito, per 10 anni, il carcere di San Vittore era una pacchia. Anche se il cibo era uno schifo e, questo lo disse mettendo in scacco di scoperta il belga, non era certo tra i migliori club di scacchi che gli fosse capitato di frequentare. Finita la partita vennero entrambi spostati nel braccio mensa, mangiavano a gruppi di centoventi, e continuarono a chiacchierare. Il belga era distratto, continuava a pensare ai gulag, i gulag, i gulag. Più ci pensava e meno capiva perché ci pensasse tanto. Guardava il vecchio albanese come se dovesse ricordargli qualche cosa. In quel momento, a tavola, non si ricordava nulla a proposito di gulag, sapeva solo che erano dei campi di concentramento sovietici. Non gli dicevano nulla.
Capì guardando l’albanese in faccia, mentre raccontava una battuta, che uomo allegro che era. Gli ricordava un serbo che aveva conosciuto nel 1994, durante uno dei suoi tanti viaggi d’affari. Anche lui era molto allegro e nemmeno lui era serbo ma un collega. Era un armeno attirato in quella zona dalla facilità di fare affari. Piccoletto, magro magro. Era uno spettacolo vederlo farsi la barba la mattina, ci metteva cura e pazienza, come se dovesse andare ad un appuntamento con la propria sposa poi, dopo due ore, aveva la faccia di chi ha dimenticato il rasoio prima di partire per le vacanze. Era cresciuto in un piccolo villaggio dove fino ai sei, sette anni i maschi restavano attaccati alle gonne della madre poi cominciavano a fare il lavoro del padre. Di solito passava un mese, così diceva, poi cominciavano a stare col padre anche dopo il lavoro, a bere vodka. Per quello, poi, lui aveva una passione particolare. Diceva di chiamarsi Leoned ma quando era molto ubriaco e solo se erano lui, il belga e nessun altro, si alzava in piedi, si metteva sull’attenti e urlava di chiamarsi Leoned Ilic Sarkisyan. Poi guardava il belga e, con gli occhi lucidi, gli diceva che lui lo poteva chiamare Tovarish. Una sera, mentre aspettavano l’arrivo di un camion di Mp5 gli raccontò perché volesse essere chiamato Tovarish. Era in memoria di suo nonno, che non aveva mai conosciuto. La nonna gli aveva raccontato poco di quest’uomo, sapeva solo che durante la seconda guerra mondiale era stato internato a Mauthausen.
Era un ufficiale russo, non ne uscì mai.
La nonna diceva che gli occhi li aveva presi da lui, poi piangeva.
Non era stato ucciso dai tedeschi, era morto da ufficiale dell’Armata Rossa. Erano in venti ad essere rinchiusi. Sapevano qual’era il loro compito di ufficiali, dovevano cercare di fuggire per raggiungere al più presto la loro armata o almeno una colonna alleata. Conoscevano tutti la difficoltà della fuga e ognuno dei venti aveva un compito preciso. Ne sarebbero usciti solo cinque, era tutto organizzato perché uscissero solo quei cinque, scelti, non sorteggiati. Di notte sarebbero usciti dalla baracca e, arrivati all’ultima recinzione, tutti sarebbero corsi verso il muro. I primi cinque si sarebbero accovacciati a terra, altri cinque saliti su di loro avrebbero fatto da appoggio ad altri cinque.
Questi si sarebbero buttati sul filo spinato.
Per interrompere il contatto, per permettere di fuggire agli ultimi cinque. Il nonno dell’armeno era nel primo gruppo.
Ogni volta che il belga pensava a questa storia gli usciva una lacrima, se beveva anche più d’una. In questo caso si mise a ridere. Ecco perché le parole dell’albanese lo facevano pensare a vuoto. Doveva scappare.
Come ci riuscì non importa, certo è che gli ufficiali sovietici resero la loro fuga molto più epica.
Uscito dalla macelleria entrò nel bar vicino, quello davanti alla lavanderia a gettoni appena dopo il semaforo e ordinò una vodka.
Alla tua, Tovarisch.
La sera sarebbe salito su un treno per Genova e da lì sarebbe arrivato a Mentone. Passato il confine sarebbe stato facile, sarebbe andato a Marsiglia. Era stato Pierre, un corso conosciuto in quei mesi, a dirgli come fare per poter avere un passaporto, anche questo senza destare troppe curiosità.
Adesso, malgrado la gran fame, guardando la vetrina della macelleria si sentiva tranquillo. Era fuori. Finalmente. Anche questa volta.
Quando si erano presentati a casa sua, nove mesi prima, avevano sfondato la porta. Erano entrati urlando, le pistole in pugno. Alla polizia italiana piacevano questi atteggiamenti da salvatori della patria. L’avevano trovato seduto in poltrona, una piccola valigia appoggiata sulle gambe. Erano piombati nella casa al secondo piano del palazzo di proprietà di quella che, negli ultimi mesi, aveva presentato come la sede della finanziaria Nikolakis, alle quattro del mattino. Per dare maggior tono e risalto all’arresto, volevano coglierlo nel sonno. Non era certo per impedirgli di fuggire, visto che chi l’aveva denunciato l’aveva descritto come un uomo mite, quasi indifeso a vedersi.
Vedendolo seduto e pronto rimasero un po’ delusi.
Effettivamente negli ultimi due anni si era sempre presentato in maniera dimessa. Certo, sempre elegante e curato ma non si era mai mostrato se non come un contabile più fortunato e, forse, di poco più abile di altri. Non voleva dare nell’occhio, aveva già stabilito tutto, e non voleva che qualcuno si impicciasse. A tutti gli effetti era un uomo d’affari, gestiva una finanziaria che proponeva prestiti immediati, a tassi onesti. I suoi libri contabili erano impeccabili, così come la sua patente di guida. Realmente non c’era nulla per arrestarlo, tanto meno per poter ottenere un mandato di perquisizione. L’attività della finanziaria era lecita come poche altre a Milano.
Il suo proprietario, il greco Kostas Andreakis, così si presentava da qualche anno, l’aveva messa in piedi e gestita per due anni con l’aiuto di un commercialista di provata onestà, il cui nome non era mai comparso in nessuna indagine effettuata dalla Guardia di Finanza.
Aveva controllato. Possedeva abbastanza soldi per comprarsi tutte le informazioni necessarie e quando avviava un’attività di copertura, aveva piacere che fosse davvero lecita. Di copertura, appunto.
Come la sua identità, certamente fittizia, visto che l’unica traccia di Grecia nel suo organismo era il tabacco delle ottanta Karelia senza filtro che fumava pubblicamente. Non le sopportava quelle sigarette dal sapore troppo leggero, ma se le faceva arrivare appositamente in una tabaccheria del centro. Anche queste erano parte della sua identità di affarista greco, così amante e nostalgico della propria patria, da non fumare altro se non sigarette nazionali.
Per la sua reale professione era molto importante, poter gestire e giustificare la provenienza di forti somme di denaro, senza rischiare di essere collegato a nessun traffico illecito.
Aveva cominciato a quasi trent’anni. Fino ad allora era rimasto un semplice dirigente della Oto Melara, comprava acciaio tedesco e lo rivendeva sottoforma di mine anti-uomo. Un lavoro onesto, a norma di legge. Un giorno, verso la fine del 1983, bussò alla sua porta un uomo dall’aspetto sano. Era vestito con un completo blu, una cravatta regimental, su una camicia Oxford. Chiudendo la porta si presentò per quello che era, senza giri di parole né finzioni. Era Marck Garner, agente della C.I.A. di stanza a Trieste. Voleva sapere se c’era un modo per far arrivare una fornitura di armi moderne ed efficienti in Afghanistan, destinate ad un gruppo di oppositori del regime sovietico, senza che restassero tracce tali da collegare il governo americano a queste spedizioni. Il modo c’era, lo sapevano entrambi molto bene. La domanda non era stata posta a caso, serviva per capire se il dirigente della Oto Melara sarebbe stato in grado di gestirlo, questo traffico.
Non fu difficile organizzare la prima spedizione, sostanzialmente si trattava di far arrivare delle casse a Jaiselmer, in Rajasthan. A quel punto, Garner ci tenne a chiarirlo, il compito di quest’anonimo dirigente, sarebbe finito. Da lì, tramite uomini di fiducia, ufficialmente membri della fondazione italiana per lo studio della lingua indiana, sarebbero state rispedite in Italia, a Udine, nella caserma Berghinz, da dove, tramite qualche altra spedizione, sarebbero finalmente arrivate nella zona tribale tra il Pakistan e l’Afghanistan. Per le prime cinque sei spedizioni, effettuate con cadenza settimanale, l’uomo si disinteressò completamente di ogni altro aspetto che esulasse dagli accordi presi, fino a quando non si rese conto che, se riusciva a fare in modo che il governo statunitense non risultasse implicato in queste spedizioni, avrebbe potuto mantenere segreti anche i propri legami e mettersi in proprio. Questa prima operazione da libero professionista non andò troppo bene, per questo dovette abbandonare il proprio posto alla fabbrica d’armi, ma riuscì senza troppe difficoltà a far perdere le sue tracce, anche grazie alle conoscenze acquisite nella C.I.A., che collaborarono non poco a sviare le indagini della magistratura italiana. Da allora, questo anonimo dirigente di origine belga, avviò una fiorente attività commerciale la cui segretezza era garantita da svariate attività lecite, svolte ogni volta sotto diversa identità, come quella del finanziere greco.
Allora perché lo stavano arrestando? Semplice, aveva fatto in modo che accadesse, doveva incontrare un altro trafficante. Questi era stato arrestato a Pantelleria e stava per essere estradato, per questo era di passaggio a San Vittore. Il belga aveva bisogno di parlargli, non per dirgli di non fare il suo nome. Non sarebbe successo ad ogni modo e poi, a lui, quando l’aveva conosciuto in Somalia, si era presentato come cittadino guatemalteco, quindi non aveva nulla da temere.
Doveva prendere accordi per gestire una serie di affari in comune. Se lo avesse contattato nella maniera tradizionale, attraverso avvocati o posta, avrebbe bruciato la copertura guatemalteca e, forse, sarebbe stato anche coinvolto nelle indagini a carico dell’estradante. L’unica soluzione era di farsi arrestare per un’accusa fittizia, assemblata ad arte, in modo da poter essere smontata in sede di processo. L’aveva già fatto altre volte, era un modo come un altro per entrare in contatto con determinati colleghi o potenziali fornitori. In un paio di occasioni si era non solo divertito ma, con i rimborsi per il danno ingiustamente subito, aveva guadagnato qualche milione di euro. Tutto dipendeva dall’ordinamento giuridico dello stato dove avveniva l’arresto e dall’identità fittizia che impersonava in quella giurisdizione. Comunque, anche se non ci guadagnava, riusciva ad uscirne pulito, quanto bastava per far perdere le tracce cambiando identità.
Non questa volta.
Anzi, rischiava di non uscirne più. Non aveva fatto male i conti, l’accusa che aveva preparato, la trappola, come si divertiva a chiamarla, era assolutamente perfetta. L’avvocato, all’oscuro di tutto, gli aveva già detto che stavano per rilasciarlo. Questo dopo due settimane dall’arresto, il punto era che da allora erano passati poco meno di tre mesi. Troppi. In questi tre mesi, sempre secondo l’avvocato, il procuratore che si occupava del suo caso aveva chiesto un supplemento di indagini, aveva detto che il caso gli ricordava molto una causa persa dallo stato dell’Alabama, qualche anno prima. A questa notizia il belga aveva pensato che il procuratore non fosse altro che uno di quei rampanti che hanno fatto un master negli Stati Uniti e, studiata un po’ di letteratura giuridica, pensano di poter arrivare chissà dove. Ad ogni buon conto aveva cercato di prendere, tramite l’avvocato, qualche informazione supplementare, giusto per non farsi trovare impreparato se fosse stato necessario scoprirsi, e si era presto reso conto che il procuratore non era uno sprovveduto. Stava passando al setaccio tutti i casi in cui i suoi avatar erano stati implicati.
Non era il caso di perdere la calma, non per ora.
Se le identità fossero state messe in relazione, cosa sarebbe accaduto? Non voleva scoprirlo e, soprattutto, non voleva correre il rischio di dover affrontare un processo che mettesse insieme tutte le identità fino ad ora vissute. Non era schizofrenico, trafficava armi in molti paesi. Le conseguenze sarebbero state imbarazzanti.
Stava facendo queste considerazioni mentre, in cella, giocava a scacchi con un suo compagno. Era un vecchietto simpatico. Un albanese mezzo matto che verso la fine del 2002 aveva deciso di venirsene in Italia. Arrivato come clandestino era stato espulso e, recidivo, adesso si godeva la vita a spese dello stato italiano nel carcere di San Vittore. Diceva sempre che, dopo essere stato rinchiuso in un gulag, ai tempi di Tito, per 10 anni, il carcere di San Vittore era una pacchia. Anche se il cibo era uno schifo e, questo lo disse mettendo in scacco di scoperta il belga, non era certo tra i migliori club di scacchi che gli fosse capitato di frequentare. Finita la partita vennero entrambi spostati nel braccio mensa, mangiavano a gruppi di centoventi, e continuarono a chiacchierare. Il belga era distratto, continuava a pensare ai gulag, i gulag, i gulag. Più ci pensava e meno capiva perché ci pensasse tanto. Guardava il vecchio albanese come se dovesse ricordargli qualche cosa. In quel momento, a tavola, non si ricordava nulla a proposito di gulag, sapeva solo che erano dei campi di concentramento sovietici. Non gli dicevano nulla.
Capì guardando l’albanese in faccia, mentre raccontava una battuta, che uomo allegro che era. Gli ricordava un serbo che aveva conosciuto nel 1994, durante uno dei suoi tanti viaggi d’affari. Anche lui era molto allegro e nemmeno lui era serbo ma un collega. Era un armeno attirato in quella zona dalla facilità di fare affari. Piccoletto, magro magro. Era uno spettacolo vederlo farsi la barba la mattina, ci metteva cura e pazienza, come se dovesse andare ad un appuntamento con la propria sposa poi, dopo due ore, aveva la faccia di chi ha dimenticato il rasoio prima di partire per le vacanze. Era cresciuto in un piccolo villaggio dove fino ai sei, sette anni i maschi restavano attaccati alle gonne della madre poi cominciavano a fare il lavoro del padre. Di solito passava un mese, così diceva, poi cominciavano a stare col padre anche dopo il lavoro, a bere vodka. Per quello, poi, lui aveva una passione particolare. Diceva di chiamarsi Leoned ma quando era molto ubriaco e solo se erano lui, il belga e nessun altro, si alzava in piedi, si metteva sull’attenti e urlava di chiamarsi Leoned Ilic Sarkisyan. Poi guardava il belga e, con gli occhi lucidi, gli diceva che lui lo poteva chiamare Tovarish. Una sera, mentre aspettavano l’arrivo di un camion di Mp5 gli raccontò perché volesse essere chiamato Tovarish. Era in memoria di suo nonno, che non aveva mai conosciuto. La nonna gli aveva raccontato poco di quest’uomo, sapeva solo che durante la seconda guerra mondiale era stato internato a Mauthausen.
Era un ufficiale russo, non ne uscì mai.
La nonna diceva che gli occhi li aveva presi da lui, poi piangeva.
Non era stato ucciso dai tedeschi, era morto da ufficiale dell’Armata Rossa. Erano in venti ad essere rinchiusi. Sapevano qual’era il loro compito di ufficiali, dovevano cercare di fuggire per raggiungere al più presto la loro armata o almeno una colonna alleata. Conoscevano tutti la difficoltà della fuga e ognuno dei venti aveva un compito preciso. Ne sarebbero usciti solo cinque, era tutto organizzato perché uscissero solo quei cinque, scelti, non sorteggiati. Di notte sarebbero usciti dalla baracca e, arrivati all’ultima recinzione, tutti sarebbero corsi verso il muro. I primi cinque si sarebbero accovacciati a terra, altri cinque saliti su di loro avrebbero fatto da appoggio ad altri cinque.
Questi si sarebbero buttati sul filo spinato.
Per interrompere il contatto, per permettere di fuggire agli ultimi cinque. Il nonno dell’armeno era nel primo gruppo.
Ogni volta che il belga pensava a questa storia gli usciva una lacrima, se beveva anche più d’una. In questo caso si mise a ridere. Ecco perché le parole dell’albanese lo facevano pensare a vuoto. Doveva scappare.
Come ci riuscì non importa, certo è che gli ufficiali sovietici resero la loro fuga molto più epica.
Uscito dalla macelleria entrò nel bar vicino, quello davanti alla lavanderia a gettoni appena dopo il semaforo e ordinò una vodka.
Alla tua, Tovarisch.
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