giovedì, aprile 21, 2005

Viaggio polimorfico e forse senza significato

Erano tempi duri.
Tempi nei quali il mimetismo urbano diventava una forma d’arte quando si univa al mantenimento di una piccola, propria identità.
La serietà costringeva i nostri pochi prodi neuroni, ancora dotati di un senso critico spesso scambiato per acido cinismo, ad una dura battaglia combattuta a colpi di frivolezza.
Comunque si agisse restava sempre un senso di smarrimento, a volte capace di sfociare nel senso di inadeguatezza. Non perché in quei giorni non si fosse sicuri dell’incredibile molteplicità di possibilità che il mondo ci offriva ma perché spesso capitava di sentirsi spogliati da mille occhi. Alcuni erano gli occhi di bambini accompagnati dai genitori in un carcere per animali ad osservare quella strana specie urbana. Altri erano inquisitori, forse spinti dalla curiosità a volte morbosa. Altri addirittura accusatori.
Ma da una cosa erano accomunati, erano tutti giudicanti. Erano giudicanti al punto da far sentire diversi i possessori dei neuroni non ammassati. Ma non diversi per scelta in senso elitario, semplicemente veniva rimarcato il non essere allineati fino al punto che gli stessi neuroni si convincevano di essere veramente così diversi, quasi ghettizzati.
Ciò chiaramente comportava un immane quanto inutile dispendio di energie.
Si assisteva a riunioni semi clandestine di neuroni liberi che passavano il loro tempo a discutere di una società che consideravano alienante facendo esempi precisi e particolareggiati. Ed in effetti erano liberi. Ma poi, un giorno, un neurone unico superstite piccolo ma cattivo di una stirpe di guerrieri psichici, decise che tutto questo non gli bastava più. Certo poteva considerarsi libero e aveva trovato tanti compagni ma tutto questo dove lo portava? Era lacerato, da una parte l’ammasso, dall’altra una libertà che gli andava sempre più stretta. In realtà erano stati solo cambiati i colori dello schermo su cui venivano proiettati gli ologrammi, la libertà che pensava di vivere era solo una pallida copia del mondo che aveva scelto di abbandonare; comunque come la girasse si trovava stretto in regole di comportamento. Da una parte un conformismo non dichiarato e dall’altro un anticonformismo che per essere considerato tale doveva essere conforme a dati canoni.
La contraddizione era straziante nella sua purezza.
Eppure immutabile, fissata nelle mattine nel corso delle quali piccolo ma cattivo, il cui vero nome si scoprirà essere Ulisse come il più grande curioso di tutti i tempi relegato da Dante tra i consiglieri fraudolenti, impediva al corpo che lo trasportava di alzarsi instillandogli l’idea di una totale inutilità in grado di permeare qualsiasi atto dal più semplice al più complesso.
Ma se fosse stata solo immutabile.
Invece no. Era anche inevitabile.
Indietro non si poteva tornare. Da una parte vedeva tante formine, tutte uguali, tutte ugualmente noiose e forse patetiche e dall’altra i suoi compagni. Il fatto è che spesso i suoi compagni avevano un aspetto rabbioso e categorico. Sembravano scaldati da un sacro fuoco.
Che però scaldava solo loro. Non appena Ulisse si allontanava un attimo si sentiva agghiacciare, lo stesso freddo dovevano averlo provato coloro che vennero cacciati privati del frutto della vita (anche loro degni di nota, certo ci rimisero il paradiso terrestre ma acquisirono la libertà di scelta, se avesse potuto assumersi questa responsabilità Ulisse non avrebbe esitato un istante, avrebbe nuovamente scelto la conoscenza).
E allora capì.
Non aveva cambiato modo di vedere la realtà rispetto a ciò che considerava uniformato, aveva semplicemente cambiato prospettiva ma di fatto continuava a vedere solo i gusci, senza cogliere le essenze. Ma soprattutto, cosa ben più grave, aveva sostituito le vecchie regole con nuove sovrastrutture che non solo lo costringevano a comportamenti obbligati tanto quanto le vecchie ma, non paghe, lo intrappolavano in scomodi schemi attraverso i quali era impossibile interagire con il mondo che considerava altro costringendolo in un mondo univoco il cui spreco di libertà lo incatenava in una gabbia che, per quanto splendida e colorata, restava tale. Una gabbia. La Gabbia. Tale perché era stato lui a crearla. E altri facevano come lui, cercando di imporla ad altri continuando a sprecare il Tempo. Il proprio e quello degli altri.
Allora, forse, nuovamente, capì.
Ora finalmente decise di decidere, novello Nieztche.
E cominciò la più dura battaglia di tutti i tempi.
Una campagna infinita. Questo lo seppe fin dal primo momento. Il nemico non era altro da lui, né era in lui.
Il nemico era Lui.
Lo era tutte le volte che ad un credo ne sostituiva un altro.
Perdeva posizioni preziose tutte le volte che pensava di essere superiore a quelli che un tempo considerava massa.
Rischiava di soccombere tutte le volte che pensava di essere un puntino nero su uno sfondo bianco; come un giorno si definì un altro neurone guerriero, Nabuccodonosor così chiamato perché arrivato fin là attraverso gli innumerevoli strati dell’archeologia.
Sentiva l’odore della disfatta tutte le volte che sentendosi un puntino nero su uno sfondo bianco dimenticava che il bianco più puro esiste solo se paragonato al nero per quanto questo possa essere perduto nello spazio.
Perdeva tutte le volte che accettandosi come puntino nero si crogiolava in questa sua condizione sapendosi necessario ma considerandosi indispensabilmente dannato per la causa.
Perdeva, ancora una volta, quando ad un’ideologia, ancora una volta, finiva per sostituirne un’altra.
Proprio per questo la battaglia sarà le più dura di tutti i tempi, perché tutti i giorni farà si che Ulisse si ricordi della bellezza delle differenze.

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