mercoledì, febbraio 15, 2006

Una vedova mai sposata

«È morto lo stronzo.»
«Varroni, che cazzo stai dicendo?!»
«Ti sto dicendo che è morto lo stronzo.»
«Senti Varroni, mio cognato è seduto in salotto e mi sembra sano e in salute!! Cosa vuoi?»
«Non sto parlando di tuo cognato, è morto Mezzabirra, l’hanno trovato affogato in Darsena.»
«Ah!»
«Senti, io vado ad aprire il bar, ci vediamo dopo li.»
Il Genovese riattaccò il ricevitore del telefono. Aveva la bocca amara, con una moquette al posto della lingua e la testa schiacciata dal comodino a fianco del letto.
Come tutto il mondo si sentiva così dopo ogni sbronza, oppure quando sua sorella e il marito lo venivano a trovare. Non aveva nulla contro suo genero, se non fosse che era il marito di sua sorella e questo bastava. La stronza era appunto sua sorella. Secondo lui, suo genero dal giorno del matrimonio, era diventato una dimostrazione vivente della proprietà transitiva.
Non è che Il Genovese non volesse bene a sua sorella, solo non la poteva sopportare per più di dieci minuti. Era una di quelle donnine che per i primi cinque anni di vita sessualmente attiva, nel suo caso diciamo dai quindici ai vent’anni, era saltata da un uomo all’altro poi, a seguito di una rivelazione lungo la via di Damasco, aveva deciso di ritornare casta e pura. Si era messa in cerca della perduta verginità, da conservarsi fino al matrimonio. Il Genovese non aveva nulla in contrario su questa scelta, anzi della vita sessuale della suorella, come la chiamava parlando di lei con Varrone quando si bevevano un negroni prima di chiudere il bar, non glie ne fregava mezza. A ben vedere era pure contento della sua castità, aveva meno possibilità di farsi ingravidare e d’impestare il mondo con la sua prole. Se pensava a queste cose si sentiva degno del nobel per la pace, convinto com’era che fosse giusto che dei bambini innocenti non finissero tra le grinfie moralizzatrici della sorella. Era questo il problema, non la sua falsa castità ritrovata, l’ansia di salvare le anime altrui.
Il Genovese però aveva altri pensieri per la testa mentre si faceva una doccia e cercava di rendersi presentabile per andare a vendere le sigarette nel suo bar.
Pensava a Mezzabirra, lo chiamavano così da anni. Era sempre ubriaco, non che fosse dispiaciuto per la sua morte. Anzi, era il più grosso rompicoglioni che avesse mai collassato nel suo bar. Una volta ne aveva dette talmente tante che Varroni l’aveva chiuso in bagno. E ce l’aveva lasciato un paio d’ore, lui a bestemmiare urlando che li avrebbe denunciati tutti. Poi, quando era uscito, aveva chiesto una birra. A credito, come sempre. Alla fine tanto aveva detto e urlato che gliela diedero. Come si chiamasse davvero, Il Genovese non riusciva a ricordarselo mentre si faceva la doccia. L’aveva battezzato Mezzabirra perché ogni volta che si presentava al bar, ubriaco stozzo, se qualcuno gli chiedeva di cosa fosse fatto, rispondeva che dalla mattina aveva bevuto soltanto una birra, anzi mezza.
Comunque ormai si era vestito, la barba non l’aveva fatta ed era arrivato dietro al banco del bar. Seduto su uno sgabello a bere un caffè guardava Varroni. O meglio, cercava di guardarlo. In vent’anni dietro allo stesso piano di zinco, non si era ancora abituato a quei due occhi che si mandavano a fare in culo l’uno con l’altro.
Finito il caffè, stirandosi i lati della bocca con la mano guardò Varroni fisso in uno dei due occhi che riuscì a intercettare e sbottò:
«Me lo vuoi dire come cazzo è morto o aspetti una lettera di raccomandazione dal prefetto?»
Quanto si divertiva Varroni a farlo aspettare. Se ne stava li, con la sua aria da spaventapasseri spaventato, a pulire l’affettatrice e intanto prendeva tempo.
«Mi ha bussato stamattina la polizia…» L’aveva buttata lì, come se tutte le mattine la polizia bussasse alla porta dei padroni di casa degli ubriaconi, soprattutto di quelli trovati affogati nella Darsena.
«E magari ti hanno detto che Mezzabirra era affogato nel naviglio?!»
«Certo Genovese, proprio così»
«Varroni…»
Aveva appena finito di mandarlo al diavolo che uno dei clienti abituali era entrato a comprare le sigarette e non vedendo Mezzabirra aveva guardato Varroni commentando che finalmente c’era un bel silenzio. Varroni non gli avrebbe neanche detto nulla, ma Il Genovese l’aveva spedito a comprarsi le sigarette da un’altra parte augurandogli un cancro prostatico e quindi, lui, si era sentito in dovere di raccontare cosa fosse successo.
Alla fine il giorno dopo, davanti alla fossa cinquantatrè del cimitero di Rozzano, Il Genovese pensava che avesse fatto proprio una fine da pirla. Secondo quanto gli aveva detto Varroni, Mezzabirra, ubriaco, aveva sbattuto la testa conto un cartello, inciampando su un sampietrino sconnesso. Si era seduto sulla spalletta per riprendersi ed era caduto all’indietro. Era tardi, nessuno aveva sentito nulla e lui era affogato. In una pozzanghera visto che in Darsena c’erano i lavori per il nuovo parcheggio e d’acqua ne era rimasta poca.
Al cimitero c’erano tutti. Varroni, che non poteva mancare visto che era sia padrone di casa che barista del defunto, Il Genovese e in due erano pure troppi. C’erano anche due donne. Le vicine di casa di Mezzabirra, anch’esse affittuarie del Varroni. Vivevano assieme da sempre. Lei e l’altra, l’altra e lei. Una, Alberta, era bella, a confronto dell’altra in effetti. L’altra. Che dire dell’altra? Era idiota. Non era un’opinione del Genovese. È solo che non sapeva come altro definirla. Se ne stava li, con il suo filo di bava, lo sguardo nel vuoto a mangiare caramelle gommose. Era anche carina, come può esserla una trentenne di nome Fiorenza e centotrentotto chili, finché non le prendevano le scalmane ormonali e non cominciava a masturbarsi. Il Genovese non l’aveva mai vista in quei momenti, lo sapeva da Varroni che, quando ci pensava provava un moto di schifo.
Al funerale sembrava una vedova inconsolabile. Guardava nel vuoto e ripeteva: “Mezzabirra, Mezzabirra, Mezzabirra…”, tanto che i becchini ad un certo punto l’avevano guardata male, uno aveva anche fatto una battuta ma se l’era rimangiata, vista l’occhiataccia del Genovese.
Il mattino dopo Varroni non era venuto al lavoro. La sera nemmeno e i due giorni successivi neppure.
Il Genovese non si era preoccupato più di tanto, sapeva che Varroni aveva una figlia da sposare. Stava cercando una casa e c’erano mille altri problemi da risolvere, tra cui prendere le misure dell’abito ad una ragazza al sesto mese.
Dopo una settimana, però, cominciò ad essere un po’ stufo. Non che fosse uno di molte parole, anzi era un po’ schivo per non dire orso, però a starsene sempre solo dietro al bancone si era stufato. Al punto da prendere e andare a casa dal Varroni.
Il collega abitava in una casa di ringhiera, di quelle lungo il naviglio Pavese. Una di quelle case con i muri scrostati solo all’interno. Come ce ne sono tante in quella zona, con le facciate tutte di vetro a far da vetrina a locali molto più belli di quello del Genovese. Così belli che nessuno dei suoi clienti aveva voglia di entrarci perché tanto, la birra, era uguale in ognuno e la musica era meglio dal Genovese, che aveva suonato la batteria e metteva sempre dei dischi blues che avevano dell’incredibile.
Bussando alla porta del Varroni si era già preparato un bel discorsetto, della serie o torni o lavorare o torni a lavorare e non voglio sentire seghe ma, quando Varroni aveva aperto la porta, gli era già passata la voglia di farlo.
Si era trovato davanti un uomo più smagrito del solito, con gli occhi che litigavano fra loro come due cagne vecchie e una barba che sembrava il tappeto di un fachiro, tanto era ispida.
«Che hai Varroni?» Aveva detto proprio così, senza neanche una parolaccia da tanto si era spaventato.
«Genovese, lascia stare, vai a casa.»
«Non dire puttanate, cazzo succede che è una settimana che non ti fai vedere?»
«Visto che insisti, entra» fu la risposta.
Si sedettero attorno ad un tavolo accostato al muro. Sopra c’era un cestino, con tre mele che facevano a gara per vedere chi fosse più raggrinzita e i piatti nell’acquaio avevano ormai imparato a lavarsi da soli. Non lo avevano ancora dimostrato solo perché, tanto, Varroni da tre giorni non accendeva i fornelli neppure per fare il caffè. L’unico fuoco era quello dell’accendino. Varroni lo azionava con precisione e regolarità. Lo avvicinava alla punta della sigaretta, la accendeva, la fumava, la spegneva in un posacenere che debordava su un tavolo e, da lì, per terra; poi ne accendeva un’altra. Tutt’intorno c’erano pacchetti vuoti che l’uomo prendeva direttamente da una delle stecche che stavano sul tavolo.
«Ti faccio un caffè?»
«Varroni, lascia stare. Faccio io.» Non si chiamavano mai per nome, nemmeno a casa, di questo se ne rese conto mentre cercava il caffè.
«Ma come fai a vivere così?»
«Lascia stare, beviti il caffè e vattene»
Al Genovese non piaceva la piega che stava prendendo la giornata, prima gli offriva un caffè poi faceva la mossa di cacciarlo mentre lui non aveva ancora avuto il tempo di mandarlo a stendere, non si sentiva a posto.
«Varroni?»
«Eh, che c’è?»
«Ma perché non te ne vai a fare in culo, prima che ti prenda a calci?»
A quel punto Varroni lo guardò dritto in faccia. Un’occhiata bella dura, con gli occhi fermi, tutti e due al centro dell’orbita, come se avessero firmato una pace apposta per l’occasione.
Se fosse stato un uomo di quelli che amano fare sfoggio di senso dell’umorismo, Il Genovese avrebbe fatto una battuta ma, nel dubbio, Varroni non glie ne diede il tempo.
«Mi sono venuti in casa.» L’aveva detto come se non fosse necessario aggiungere che la mattina dopo il funerale si erano presentati due carabinieri con un mandato di comparizione. L’avevano portato davanti ad un maresciallo fresco di nomina che, senza tanti preamboli, gli aveva comunicato che Cosimo di Pasquale, detto Mezzabirra, nato a Gratosoglio nel eccetera eccetera, non era morto di morte accidentale. Qualcuno, che forse aveva bisogno di un bilocale per una figlia da sposare, aveva messo in piedi un bell’incidente. Di quelli da archiviare, se non fosse appunto, che il Mezzabirra era affittuario moroso di qualcuno con una figlia al sesto mese. Detto questo, non avendo prove, l’avevano rispedito a casa intimandogli di comunicare i propri spostamenti, qualora avesse deciso di lasciare la città.
Il Genovese ci rimase, come si suol dire.
Finì il caffè, disse qualche parola di circostanza e, com’era entrato se ne uscì.
Passò una mesata e ogni giorno Il Genovese era casa del Varroni, era anche riuscito a metterla un po’ a posto e a cacciare il pinguino che aveva occupato il frigorifero, come tanti ragazzi facevano con le case in quella zona di speculatori.
Addirittura era riuscito a portarlo all’altare, quello della figlia. Era stata una bella cerimonia, iniziata in comune e finita con una sbronza che avrebbe piegato anche i cuori più induriti.
Dopo qualche giorno, nei quali il bar era stato rispettosamente chiuso, in onore del mal di testa strabico del Varroni e della lingua felpata del Genovese, questi si aspettava di riaprire e di vedere il collega al lavoro. Invece, niente.
Fu tornandolo a trovare, portando anche un po’ di spesa, che Il Genovese si accorse che al matrimonio mancava qualcuno.
Subito non ci aveva fatto caso, ma ormai ogni volta che arrivava sentiva il rumore di uno spioncino che si chiudeva. Come se qualcuno, da dietro la porta delle sorelle Sciacallo , avesse paura di farsi scoprire a farsi i fatti degli altri.
Non ci avrebbe pensato a lungo se quel pomeriggio non avesse incontrato Fiorenza sul pianerottolo. La vedeva, se possibile, ancora più grassa. Vincendo il disgusto, pensando ai racconti che gli faceva Varroni, l’aveva salutata. Lei l’aveva guarda e, sorridendo tra la bava, aveva detto “Mezzabirra”. Lui stava per mettersi a ridere, chissà perché lei lo ricordava.
Capì.
Lei, si alzò il vestito, più che altro uno di qui grembiuli da bidella, e si infilò una mano tra le gambe, dentro a delle mutande che avrebbero dissuaso chiunque.
Per tutta la notte, malgrado non soffrisse di insonnia se non in presenza della suorella, si rigirò nel letto. Tra mille faccie, verso le cinque, quando già era rientrato anche quel beccamorto del figlio facendo finta di non essere scoperto, si vide davanti la faccia di Mezzabirra. Gli occhi piccoli, circondati da una barba aggrovigliata solo quanto i capelli ricci, lasciati lunghi più per incuria che per ricordo dei tempi dell’isola di White. Si ricordò le sue mani, gialle di nicotina e coperte di anelli da quattro soldi, i polsi tatuati. E si ricordò di quando, fu l’unica volta, lo vide comprarsi una frolla. Pagandola, che Mezzabirra ne faceva un punto d’onore, lo urlava spesso al bar, di essere in grado di pagarsi da mangiare. Che poi non pagasse mai quel che beveva era un altro discorso. Si ricordava di quella sera perché, uscito in strada, Mezzabirra aveva fatto cadere la frolla su una bella smerdata di piccione. L’aveva guardata, raccolta, ci aveva dato una bella soffiata e se l’era mangiata.
Decisamente era dotato di uno stomaco capace. Capace di resistere all’orrido.
Incapace di contenere l’appetito, ma in grado di resistere all’orrido.
Il giorno dopo aspettò che Adele uscisse per andare a fare la spesa
Si scambiarono poche parole. Sufficienti.
«Mezzabirra non è caduto, vero signora Adele?»
«Per la santa vergine, cosa vuole dire?»
«Vergine come sua sorella?»
Il silenzio della donna soddisfò Il Genovese.
Ancor di più fu soddisfatto quando, due giorni dopo Varroni tornò al bar.
Salutò e disse solo: «Qualcuno ha visto cadere Mezzabirra. È inciampato.»

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sabato, febbraio 04, 2006

Alla salute, Tovarisch

Sembravano ghirlande. Stavano li, appesi al soffitto. Provoloni e prosciutti a fare da cornice al bancone pieno di costolette, fettine, cotolette impanate e cosciotti d’agnello che correvano per tutta la parete del negozio. Una macelleria stretta, di quelle con la cassiera vicino alla porta come si vedevano anni fa, sempre piena di clienti più o meno golosi, più o meno sgomitanti. Era entrato lì dopo essersi fatto una doccia nella piscina comunale più vicina. Aveva tirato su qualche soldo, chiedendo qua e là. Non aveva nuotato se non per qualche bracciata, giusto perché entrare, fare la doccia e uscire, forse, avrebbe destato sospetti da parte di qualche curioso. Non amava i curiosi.
La sera sarebbe salito su un treno per Genova e da lì sarebbe arrivato a Mentone. Passato il confine sarebbe stato facile, sarebbe andato a Marsiglia. Era stato Pierre, un corso conosciuto in quei mesi, a dirgli come fare per poter avere un passaporto, anche questo senza destare troppe curiosità.
Adesso, malgrado la gran fame, guardando la vetrina della macelleria si sentiva tranquillo. Era fuori. Finalmente. Anche questa volta.
Quando si erano presentati a casa sua, nove mesi prima, avevano sfondato la porta. Erano entrati urlando, le pistole in pugno. Alla polizia italiana piacevano questi atteggiamenti da salvatori della patria. L’avevano trovato seduto in poltrona, una piccola valigia appoggiata sulle gambe. Erano piombati nella casa al secondo piano del palazzo di proprietà di quella che, negli ultimi mesi, aveva presentato come la sede della finanziaria Nikolakis, alle quattro del mattino. Per dare maggior tono e risalto all’arresto, volevano coglierlo nel sonno. Non era certo per impedirgli di fuggire, visto che chi l’aveva denunciato l’aveva descritto come un uomo mite, quasi indifeso a vedersi.
Vedendolo seduto e pronto rimasero un po’ delusi.
Effettivamente negli ultimi due anni si era sempre presentato in maniera dimessa. Certo, sempre elegante e curato ma non si era mai mostrato se non come un contabile più fortunato e, forse, di poco più abile di altri. Non voleva dare nell’occhio, aveva già stabilito tutto, e non voleva che qualcuno si impicciasse. A tutti gli effetti era un uomo d’affari, gestiva una finanziaria che proponeva prestiti immediati, a tassi onesti. I suoi libri contabili erano impeccabili, così come la sua patente di guida. Realmente non c’era nulla per arrestarlo, tanto meno per poter ottenere un mandato di perquisizione. L’attività della finanziaria era lecita come poche altre a Milano.
Il suo proprietario, il greco Kostas Andreakis, così si presentava da qualche anno, l’aveva messa in piedi e gestita per due anni con l’aiuto di un commercialista di provata onestà, il cui nome non era mai comparso in nessuna indagine effettuata dalla Guardia di Finanza.
Aveva controllato. Possedeva abbastanza soldi per comprarsi tutte le informazioni necessarie e quando avviava un’attività di copertura, aveva piacere che fosse davvero lecita. Di copertura, appunto.
Come la sua identità, certamente fittizia, visto che l’unica traccia di Grecia nel suo organismo era il tabacco delle ottanta Karelia senza filtro che fumava pubblicamente. Non le sopportava quelle sigarette dal sapore troppo leggero, ma se le faceva arrivare appositamente in una tabaccheria del centro. Anche queste erano parte della sua identità di affarista greco, così amante e nostalgico della propria patria, da non fumare altro se non sigarette nazionali.
Per la sua reale professione era molto importante, poter gestire e giustificare la provenienza di forti somme di denaro, senza rischiare di essere collegato a nessun traffico illecito.
Aveva cominciato a quasi trent’anni. Fino ad allora era rimasto un semplice dirigente della Oto Melara, comprava acciaio tedesco e lo rivendeva sottoforma di mine anti-uomo. Un lavoro onesto, a norma di legge. Un giorno, verso la fine del 1983, bussò alla sua porta un uomo dall’aspetto sano. Era vestito con un completo blu, una cravatta regimental, su una camicia Oxford. Chiudendo la porta si presentò per quello che era, senza giri di parole né finzioni. Era Marck Garner, agente della C.I.A. di stanza a Trieste. Voleva sapere se c’era un modo per far arrivare una fornitura di armi moderne ed efficienti in Afghanistan, destinate ad un gruppo di oppositori del regime sovietico, senza che restassero tracce tali da collegare il governo americano a queste spedizioni. Il modo c’era, lo sapevano entrambi molto bene. La domanda non era stata posta a caso, serviva per capire se il dirigente della Oto Melara sarebbe stato in grado di gestirlo, questo traffico.
Non fu difficile organizzare la prima spedizione, sostanzialmente si trattava di far arrivare delle casse a Jaiselmer, in Rajasthan. A quel punto, Garner ci tenne a chiarirlo, il compito di quest’anonimo dirigente, sarebbe finito. Da lì, tramite uomini di fiducia, ufficialmente membri della fondazione italiana per lo studio della lingua indiana, sarebbero state rispedite in Italia, a Udine, nella caserma Berghinz, da dove, tramite qualche altra spedizione, sarebbero finalmente arrivate nella zona tribale tra il Pakistan e l’Afghanistan. Per le prime cinque sei spedizioni, effettuate con cadenza settimanale, l’uomo si disinteressò completamente di ogni altro aspetto che esulasse dagli accordi presi, fino a quando non si rese conto che, se riusciva a fare in modo che il governo statunitense non risultasse implicato in queste spedizioni, avrebbe potuto mantenere segreti anche i propri legami e mettersi in proprio. Questa prima operazione da libero professionista non andò troppo bene, per questo dovette abbandonare il proprio posto alla fabbrica d’armi, ma riuscì senza troppe difficoltà a far perdere le sue tracce, anche grazie alle conoscenze acquisite nella C.I.A., che collaborarono non poco a sviare le indagini della magistratura italiana. Da allora, questo anonimo dirigente di origine belga, avviò una fiorente attività commerciale la cui segretezza era garantita da svariate attività lecite, svolte ogni volta sotto diversa identità, come quella del finanziere greco.
Allora perché lo stavano arrestando? Semplice, aveva fatto in modo che accadesse, doveva incontrare un altro trafficante. Questi era stato arrestato a Pantelleria e stava per essere estradato, per questo era di passaggio a San Vittore. Il belga aveva bisogno di parlargli, non per dirgli di non fare il suo nome. Non sarebbe successo ad ogni modo e poi, a lui, quando l’aveva conosciuto in Somalia, si era presentato come cittadino guatemalteco, quindi non aveva nulla da temere.
Doveva prendere accordi per gestire una serie di affari in comune. Se lo avesse contattato nella maniera tradizionale, attraverso avvocati o posta, avrebbe bruciato la copertura guatemalteca e, forse, sarebbe stato anche coinvolto nelle indagini a carico dell’estradante. L’unica soluzione era di farsi arrestare per un’accusa fittizia, assemblata ad arte, in modo da poter essere smontata in sede di processo. L’aveva già fatto altre volte, era un modo come un altro per entrare in contatto con determinati colleghi o potenziali fornitori. In un paio di occasioni si era non solo divertito ma, con i rimborsi per il danno ingiustamente subito, aveva guadagnato qualche milione di euro. Tutto dipendeva dall’ordinamento giuridico dello stato dove avveniva l’arresto e dall’identità fittizia che impersonava in quella giurisdizione. Comunque, anche se non ci guadagnava, riusciva ad uscirne pulito, quanto bastava per far perdere le tracce cambiando identità.
Non questa volta.
Anzi, rischiava di non uscirne più. Non aveva fatto male i conti, l’accusa che aveva preparato, la trappola, come si divertiva a chiamarla, era assolutamente perfetta. L’avvocato, all’oscuro di tutto, gli aveva già detto che stavano per rilasciarlo. Questo dopo due settimane dall’arresto, il punto era che da allora erano passati poco meno di tre mesi. Troppi. In questi tre mesi, sempre secondo l’avvocato, il procuratore che si occupava del suo caso aveva chiesto un supplemento di indagini, aveva detto che il caso gli ricordava molto una causa persa dallo stato dell’Alabama, qualche anno prima. A questa notizia il belga aveva pensato che il procuratore non fosse altro che uno di quei rampanti che hanno fatto un master negli Stati Uniti e, studiata un po’ di letteratura giuridica, pensano di poter arrivare chissà dove. Ad ogni buon conto aveva cercato di prendere, tramite l’avvocato, qualche informazione supplementare, giusto per non farsi trovare impreparato se fosse stato necessario scoprirsi, e si era presto reso conto che il procuratore non era uno sprovveduto. Stava passando al setaccio tutti i casi in cui i suoi avatar erano stati implicati.
Non era il caso di perdere la calma, non per ora.
Se le identità fossero state messe in relazione, cosa sarebbe accaduto? Non voleva scoprirlo e, soprattutto, non voleva correre il rischio di dover affrontare un processo che mettesse insieme tutte le identità fino ad ora vissute. Non era schizofrenico, trafficava armi in molti paesi. Le conseguenze sarebbero state imbarazzanti.
Stava facendo queste considerazioni mentre, in cella, giocava a scacchi con un suo compagno. Era un vecchietto simpatico. Un albanese mezzo matto che verso la fine del 2002 aveva deciso di venirsene in Italia. Arrivato come clandestino era stato espulso e, recidivo, adesso si godeva la vita a spese dello stato italiano nel carcere di San Vittore. Diceva sempre che, dopo essere stato rinchiuso in un gulag, ai tempi di Tito, per 10 anni, il carcere di San Vittore era una pacchia. Anche se il cibo era uno schifo e, questo lo disse mettendo in scacco di scoperta il belga, non era certo tra i migliori club di scacchi che gli fosse capitato di frequentare. Finita la partita vennero entrambi spostati nel braccio mensa, mangiavano a gruppi di centoventi, e continuarono a chiacchierare. Il belga era distratto, continuava a pensare ai gulag, i gulag, i gulag. Più ci pensava e meno capiva perché ci pensasse tanto. Guardava il vecchio albanese come se dovesse ricordargli qualche cosa. In quel momento, a tavola, non si ricordava nulla a proposito di gulag, sapeva solo che erano dei campi di concentramento sovietici. Non gli dicevano nulla.
Capì guardando l’albanese in faccia, mentre raccontava una battuta, che uomo allegro che era. Gli ricordava un serbo che aveva conosciuto nel 1994, durante uno dei suoi tanti viaggi d’affari. Anche lui era molto allegro e nemmeno lui era serbo ma un collega. Era un armeno attirato in quella zona dalla facilità di fare affari. Piccoletto, magro magro. Era uno spettacolo vederlo farsi la barba la mattina, ci metteva cura e pazienza, come se dovesse andare ad un appuntamento con la propria sposa poi, dopo due ore, aveva la faccia di chi ha dimenticato il rasoio prima di partire per le vacanze. Era cresciuto in un piccolo villaggio dove fino ai sei, sette anni i maschi restavano attaccati alle gonne della madre poi cominciavano a fare il lavoro del padre. Di solito passava un mese, così diceva, poi cominciavano a stare col padre anche dopo il lavoro, a bere vodka. Per quello, poi, lui aveva una passione particolare. Diceva di chiamarsi Leoned ma quando era molto ubriaco e solo se erano lui, il belga e nessun altro, si alzava in piedi, si metteva sull’attenti e urlava di chiamarsi Leoned Ilic Sarkisyan. Poi guardava il belga e, con gli occhi lucidi, gli diceva che lui lo poteva chiamare Tovarish. Una sera, mentre aspettavano l’arrivo di un camion di Mp5 gli raccontò perché volesse essere chiamato Tovarish. Era in memoria di suo nonno, che non aveva mai conosciuto. La nonna gli aveva raccontato poco di quest’uomo, sapeva solo che durante la seconda guerra mondiale era stato internato a Mauthausen.
Era un ufficiale russo, non ne uscì mai.
La nonna diceva che gli occhi li aveva presi da lui, poi piangeva.
Non era stato ucciso dai tedeschi, era morto da ufficiale dell’Armata Rossa. Erano in venti ad essere rinchiusi. Sapevano qual’era il loro compito di ufficiali, dovevano cercare di fuggire per raggiungere al più presto la loro armata o almeno una colonna alleata. Conoscevano tutti la difficoltà della fuga e ognuno dei venti aveva un compito preciso. Ne sarebbero usciti solo cinque, era tutto organizzato perché uscissero solo quei cinque, scelti, non sorteggiati. Di notte sarebbero usciti dalla baracca e, arrivati all’ultima recinzione, tutti sarebbero corsi verso il muro. I primi cinque si sarebbero accovacciati a terra, altri cinque saliti su di loro avrebbero fatto da appoggio ad altri cinque.
Questi si sarebbero buttati sul filo spinato.
Per interrompere il contatto, per permettere di fuggire agli ultimi cinque. Il nonno dell’armeno era nel primo gruppo.
Ogni volta che il belga pensava a questa storia gli usciva una lacrima, se beveva anche più d’una. In questo caso si mise a ridere. Ecco perché le parole dell’albanese lo facevano pensare a vuoto. Doveva scappare.
Come ci riuscì non importa, certo è che gli ufficiali sovietici resero la loro fuga molto più epica.
Uscito dalla macelleria entrò nel bar vicino, quello davanti alla lavanderia a gettoni appena dopo il semaforo e ordinò una vodka.
Alla tua, Tovarisch.

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