martedì, luglio 08, 2008

Prima teoria

Mi hanno detto di salire al piano, lì avrei trovato ad attendermi la persona che mi ha fissato l’appuntamento. So che mi faranno aspettare. Malgrado sia in perfetto orario: neppure cinque minuti di ritardo, avrei dato l’idea di essere una persona poco affidabile, figurarsi l’ipotesi di arrivare in anticipo, sarei parso ansioso. Questa volta mi dice male, non c’è neppure un salottino di attesa, e si che stiamo parlando di una delle più grandi aziende editoriali italiane. Per questa volta non posso leggere una delle riviste che stanno a bella posta, nemmeno posso tirare fuori il quotidiano che porto con me. Posso solo leggere la piantina con i piani di fuga in caso di incendio, non posso neppure cercare le telecamere.
Tanto lo so che ci sono, spesso servono per effettuare una prima analisi del candidato, osservandone ogni gesto. È una tecnica ben precisa, è stata messa a punto con anni di dura ricerca nei campi più svariati, dalla psicologia alla grafologia.
In primo luogo: l’attesa. Inutilmente protratta nel tempo. Serve a verificare le reazioni del candidato, quanto si mostra infastidito. Ma non solo. Può servire per capire come si organizza i tempi morti, guai se uno ha un animo contemplativo ed è in grado di sfruttare una decina di minuti per pensare ai casi propri, darebbe l’idea di non avere nulla da fare. Molto meglio farsi spiare intenti a leggere qualcosa: purché non sia connotato politicamente, non possa distrarlo troppo, interessarlo eccessivamente o far sentire ignorante il selezionatore che prenderà visione del filmato. In pratica riviste intelligenti sono assolutamente proibite, romanzi vanno bene solo se hanno la copertina morbida che si possa piegare, facendo però caso a non apparire degli intellettuali, pare che l’intelligenza dia una spiacevole connotazione politica.
Comunque oggi non si pone il problema; come già detto l’unico modo che ho di mostrarmi operoso è studiare il piano di evacuazione, senza mostrarmi sognante ad immaginare cosa vorrebbe dire svuotare un ufficio del genere, senza uno straccio di esercitazione: non si sa mai, qualora servisse.
Intanto arriva la selettrice: è perfetta, tailleur d’ordinanza, mano magra tendente al sottopeso, massimo cinque anni più di me, discreta attività in palestra. Non la guardo più di tanto, so bene cosa sta pensando adesso. Valuta come tengo le mani, se mi mangio le unghie o se mi faccio fare la manicure. Mi sa che ci resterà male, la gatta mi ha lasciato un bel graffio ieri notte: capirà che ho un gatto o mi crederà uno psicotico masochista?.
Ad ogni modo mi fa accomodare in una saletta e se ne va, lasciandomi a compilare un questionario che risale alla professione dei miei genitori. Ho tutto il tempo di riempirlo, un po’ in stampatello, per l’anagrafica, e un po’ in corsivo, per le voci più lunghe, quelle in cui mi si chiede quali corsi abbia frequentato. A dire il vero alterno stampatello e corsivo volontariamente. Lo faccio per dar lavoro ai calligrafi: non si sa mai, magari sono una di quelle aziende che fa fare le perizie calligrafiche per conoscere meglio i candidati. Visto il padrone è anche probabile, fra l’altro usano gli stessi moduli per le case editrici, le banche e le industrie di intrattenimento: avrà fatto lo stesso con i ministri? Poi dicono che non mi fido della psicotecnica.
Ad ogni modo faccio in tempo a finire di ricopiare quello che ho scritto nel modulo dell’altra settimana e a guardarmi abbondantemente attorno, le telecamere possono essere ovunque, aspettando che la selezionatrice pensi di poter tornare.
Finalmente la vedo arrivare, parliamo di noi, o meglio, lei mi fa domande e io le rispondo ciò che penso che voglia sentirsi dire, mentendo quanto basta per apparire mediocremente speciale, decisamente uguale agli altri e innocuo per il padrone dell’azienda, che poi sappiamo chi è visto che se non è lui quasi sicuramente è qualcuno che sogna di imitarlo.
Il problema si presenta alla fatidica domanda sul che cosa voglia fare della mia vita. Vorrei risponderle domandando cosa possa offrirmi l’azienda o, meglio, come potrei rendermi utile per la stessa, ma non sarebbe in grado di apprezzare, LEI, la “selezionatrice” deve essere in grado di tracciare un profilo psicologico del candidato e questa è una domanda fondamentale allo scopo. Ricordo ancora una selezionatrice che passò parte del colloquio a spiegarmi che quel tipo di lavoro per il quale mi ero proposto, nella realtà delle cose non esisteva. Non perché io fossi un illuso incapace di relazionarmi con le reali richieste del mercato del lavoro ma semplicemente perché quel tipo di servizio, fondamentale per l’esistenza stessa dell’azienda in questione, veniva esternalizzato tramite appalti a fornitori esterni. Questa volta rispondo che intendo entrare in una grande casa editrice per farmi le ossa e poter imparare un mestiere, certo delle basi acquisite ma pronto a mettermi in gioco con curiosità e intelligenza.
Diplomatico penso io. Indeciso pensano loro.
La prossima volta rispondo che voglio diventare presidente dell’azienda.
Almeno sarà una risposta stupida per entrambi.

Dal momento che i colloqui fatti fino ad ora presentano caratteristiche in comune, alle 17 del 17 novembre del primo anno della nuova era politica assai simile alla precedente enuncio la mia teoria: “L’intelligenza del selettore del personale è direttamente proporzionale alla serietà dell’offerta lavorativa dove per serietà si consideri una decente retribuzione o almeno una sua parvenza, in base alla proprietà della bocca buona, e per intelligenza del selezionatore si intenda la sua capacità a non considerarsi membro di una casta eletta.”
Cordialmente rimando al prossimo intervento per l’enunciazione della proprietà della bocca buona.

Etichette:

mercoledì, febbraio 15, 2006

Una vedova mai sposata

«È morto lo stronzo.»
«Varroni, che cazzo stai dicendo?!»
«Ti sto dicendo che è morto lo stronzo.»
«Senti Varroni, mio cognato è seduto in salotto e mi sembra sano e in salute!! Cosa vuoi?»
«Non sto parlando di tuo cognato, è morto Mezzabirra, l’hanno trovato affogato in Darsena.»
«Ah!»
«Senti, io vado ad aprire il bar, ci vediamo dopo li.»
Il Genovese riattaccò il ricevitore del telefono. Aveva la bocca amara, con una moquette al posto della lingua e la testa schiacciata dal comodino a fianco del letto.
Come tutto il mondo si sentiva così dopo ogni sbronza, oppure quando sua sorella e il marito lo venivano a trovare. Non aveva nulla contro suo genero, se non fosse che era il marito di sua sorella e questo bastava. La stronza era appunto sua sorella. Secondo lui, suo genero dal giorno del matrimonio, era diventato una dimostrazione vivente della proprietà transitiva.
Non è che Il Genovese non volesse bene a sua sorella, solo non la poteva sopportare per più di dieci minuti. Era una di quelle donnine che per i primi cinque anni di vita sessualmente attiva, nel suo caso diciamo dai quindici ai vent’anni, era saltata da un uomo all’altro poi, a seguito di una rivelazione lungo la via di Damasco, aveva deciso di ritornare casta e pura. Si era messa in cerca della perduta verginità, da conservarsi fino al matrimonio. Il Genovese non aveva nulla in contrario su questa scelta, anzi della vita sessuale della suorella, come la chiamava parlando di lei con Varrone quando si bevevano un negroni prima di chiudere il bar, non glie ne fregava mezza. A ben vedere era pure contento della sua castità, aveva meno possibilità di farsi ingravidare e d’impestare il mondo con la sua prole. Se pensava a queste cose si sentiva degno del nobel per la pace, convinto com’era che fosse giusto che dei bambini innocenti non finissero tra le grinfie moralizzatrici della sorella. Era questo il problema, non la sua falsa castità ritrovata, l’ansia di salvare le anime altrui.
Il Genovese però aveva altri pensieri per la testa mentre si faceva una doccia e cercava di rendersi presentabile per andare a vendere le sigarette nel suo bar.
Pensava a Mezzabirra, lo chiamavano così da anni. Era sempre ubriaco, non che fosse dispiaciuto per la sua morte. Anzi, era il più grosso rompicoglioni che avesse mai collassato nel suo bar. Una volta ne aveva dette talmente tante che Varroni l’aveva chiuso in bagno. E ce l’aveva lasciato un paio d’ore, lui a bestemmiare urlando che li avrebbe denunciati tutti. Poi, quando era uscito, aveva chiesto una birra. A credito, come sempre. Alla fine tanto aveva detto e urlato che gliela diedero. Come si chiamasse davvero, Il Genovese non riusciva a ricordarselo mentre si faceva la doccia. L’aveva battezzato Mezzabirra perché ogni volta che si presentava al bar, ubriaco stozzo, se qualcuno gli chiedeva di cosa fosse fatto, rispondeva che dalla mattina aveva bevuto soltanto una birra, anzi mezza.
Comunque ormai si era vestito, la barba non l’aveva fatta ed era arrivato dietro al banco del bar. Seduto su uno sgabello a bere un caffè guardava Varroni. O meglio, cercava di guardarlo. In vent’anni dietro allo stesso piano di zinco, non si era ancora abituato a quei due occhi che si mandavano a fare in culo l’uno con l’altro.
Finito il caffè, stirandosi i lati della bocca con la mano guardò Varroni fisso in uno dei due occhi che riuscì a intercettare e sbottò:
«Me lo vuoi dire come cazzo è morto o aspetti una lettera di raccomandazione dal prefetto?»
Quanto si divertiva Varroni a farlo aspettare. Se ne stava li, con la sua aria da spaventapasseri spaventato, a pulire l’affettatrice e intanto prendeva tempo.
«Mi ha bussato stamattina la polizia…» L’aveva buttata lì, come se tutte le mattine la polizia bussasse alla porta dei padroni di casa degli ubriaconi, soprattutto di quelli trovati affogati nella Darsena.
«E magari ti hanno detto che Mezzabirra era affogato nel naviglio?!»
«Certo Genovese, proprio così»
«Varroni…»
Aveva appena finito di mandarlo al diavolo che uno dei clienti abituali era entrato a comprare le sigarette e non vedendo Mezzabirra aveva guardato Varroni commentando che finalmente c’era un bel silenzio. Varroni non gli avrebbe neanche detto nulla, ma Il Genovese l’aveva spedito a comprarsi le sigarette da un’altra parte augurandogli un cancro prostatico e quindi, lui, si era sentito in dovere di raccontare cosa fosse successo.
Alla fine il giorno dopo, davanti alla fossa cinquantatrè del cimitero di Rozzano, Il Genovese pensava che avesse fatto proprio una fine da pirla. Secondo quanto gli aveva detto Varroni, Mezzabirra, ubriaco, aveva sbattuto la testa conto un cartello, inciampando su un sampietrino sconnesso. Si era seduto sulla spalletta per riprendersi ed era caduto all’indietro. Era tardi, nessuno aveva sentito nulla e lui era affogato. In una pozzanghera visto che in Darsena c’erano i lavori per il nuovo parcheggio e d’acqua ne era rimasta poca.
Al cimitero c’erano tutti. Varroni, che non poteva mancare visto che era sia padrone di casa che barista del defunto, Il Genovese e in due erano pure troppi. C’erano anche due donne. Le vicine di casa di Mezzabirra, anch’esse affittuarie del Varroni. Vivevano assieme da sempre. Lei e l’altra, l’altra e lei. Una, Alberta, era bella, a confronto dell’altra in effetti. L’altra. Che dire dell’altra? Era idiota. Non era un’opinione del Genovese. È solo che non sapeva come altro definirla. Se ne stava li, con il suo filo di bava, lo sguardo nel vuoto a mangiare caramelle gommose. Era anche carina, come può esserla una trentenne di nome Fiorenza e centotrentotto chili, finché non le prendevano le scalmane ormonali e non cominciava a masturbarsi. Il Genovese non l’aveva mai vista in quei momenti, lo sapeva da Varroni che, quando ci pensava provava un moto di schifo.
Al funerale sembrava una vedova inconsolabile. Guardava nel vuoto e ripeteva: “Mezzabirra, Mezzabirra, Mezzabirra…”, tanto che i becchini ad un certo punto l’avevano guardata male, uno aveva anche fatto una battuta ma se l’era rimangiata, vista l’occhiataccia del Genovese.
Il mattino dopo Varroni non era venuto al lavoro. La sera nemmeno e i due giorni successivi neppure.
Il Genovese non si era preoccupato più di tanto, sapeva che Varroni aveva una figlia da sposare. Stava cercando una casa e c’erano mille altri problemi da risolvere, tra cui prendere le misure dell’abito ad una ragazza al sesto mese.
Dopo una settimana, però, cominciò ad essere un po’ stufo. Non che fosse uno di molte parole, anzi era un po’ schivo per non dire orso, però a starsene sempre solo dietro al bancone si era stufato. Al punto da prendere e andare a casa dal Varroni.
Il collega abitava in una casa di ringhiera, di quelle lungo il naviglio Pavese. Una di quelle case con i muri scrostati solo all’interno. Come ce ne sono tante in quella zona, con le facciate tutte di vetro a far da vetrina a locali molto più belli di quello del Genovese. Così belli che nessuno dei suoi clienti aveva voglia di entrarci perché tanto, la birra, era uguale in ognuno e la musica era meglio dal Genovese, che aveva suonato la batteria e metteva sempre dei dischi blues che avevano dell’incredibile.
Bussando alla porta del Varroni si era già preparato un bel discorsetto, della serie o torni o lavorare o torni a lavorare e non voglio sentire seghe ma, quando Varroni aveva aperto la porta, gli era già passata la voglia di farlo.
Si era trovato davanti un uomo più smagrito del solito, con gli occhi che litigavano fra loro come due cagne vecchie e una barba che sembrava il tappeto di un fachiro, tanto era ispida.
«Che hai Varroni?» Aveva detto proprio così, senza neanche una parolaccia da tanto si era spaventato.
«Genovese, lascia stare, vai a casa.»
«Non dire puttanate, cazzo succede che è una settimana che non ti fai vedere?»
«Visto che insisti, entra» fu la risposta.
Si sedettero attorno ad un tavolo accostato al muro. Sopra c’era un cestino, con tre mele che facevano a gara per vedere chi fosse più raggrinzita e i piatti nell’acquaio avevano ormai imparato a lavarsi da soli. Non lo avevano ancora dimostrato solo perché, tanto, Varroni da tre giorni non accendeva i fornelli neppure per fare il caffè. L’unico fuoco era quello dell’accendino. Varroni lo azionava con precisione e regolarità. Lo avvicinava alla punta della sigaretta, la accendeva, la fumava, la spegneva in un posacenere che debordava su un tavolo e, da lì, per terra; poi ne accendeva un’altra. Tutt’intorno c’erano pacchetti vuoti che l’uomo prendeva direttamente da una delle stecche che stavano sul tavolo.
«Ti faccio un caffè?»
«Varroni, lascia stare. Faccio io.» Non si chiamavano mai per nome, nemmeno a casa, di questo se ne rese conto mentre cercava il caffè.
«Ma come fai a vivere così?»
«Lascia stare, beviti il caffè e vattene»
Al Genovese non piaceva la piega che stava prendendo la giornata, prima gli offriva un caffè poi faceva la mossa di cacciarlo mentre lui non aveva ancora avuto il tempo di mandarlo a stendere, non si sentiva a posto.
«Varroni?»
«Eh, che c’è?»
«Ma perché non te ne vai a fare in culo, prima che ti prenda a calci?»
A quel punto Varroni lo guardò dritto in faccia. Un’occhiata bella dura, con gli occhi fermi, tutti e due al centro dell’orbita, come se avessero firmato una pace apposta per l’occasione.
Se fosse stato un uomo di quelli che amano fare sfoggio di senso dell’umorismo, Il Genovese avrebbe fatto una battuta ma, nel dubbio, Varroni non glie ne diede il tempo.
«Mi sono venuti in casa.» L’aveva detto come se non fosse necessario aggiungere che la mattina dopo il funerale si erano presentati due carabinieri con un mandato di comparizione. L’avevano portato davanti ad un maresciallo fresco di nomina che, senza tanti preamboli, gli aveva comunicato che Cosimo di Pasquale, detto Mezzabirra, nato a Gratosoglio nel eccetera eccetera, non era morto di morte accidentale. Qualcuno, che forse aveva bisogno di un bilocale per una figlia da sposare, aveva messo in piedi un bell’incidente. Di quelli da archiviare, se non fosse appunto, che il Mezzabirra era affittuario moroso di qualcuno con una figlia al sesto mese. Detto questo, non avendo prove, l’avevano rispedito a casa intimandogli di comunicare i propri spostamenti, qualora avesse deciso di lasciare la città.
Il Genovese ci rimase, come si suol dire.
Finì il caffè, disse qualche parola di circostanza e, com’era entrato se ne uscì.
Passò una mesata e ogni giorno Il Genovese era casa del Varroni, era anche riuscito a metterla un po’ a posto e a cacciare il pinguino che aveva occupato il frigorifero, come tanti ragazzi facevano con le case in quella zona di speculatori.
Addirittura era riuscito a portarlo all’altare, quello della figlia. Era stata una bella cerimonia, iniziata in comune e finita con una sbronza che avrebbe piegato anche i cuori più induriti.
Dopo qualche giorno, nei quali il bar era stato rispettosamente chiuso, in onore del mal di testa strabico del Varroni e della lingua felpata del Genovese, questi si aspettava di riaprire e di vedere il collega al lavoro. Invece, niente.
Fu tornandolo a trovare, portando anche un po’ di spesa, che Il Genovese si accorse che al matrimonio mancava qualcuno.
Subito non ci aveva fatto caso, ma ormai ogni volta che arrivava sentiva il rumore di uno spioncino che si chiudeva. Come se qualcuno, da dietro la porta delle sorelle Sciacallo , avesse paura di farsi scoprire a farsi i fatti degli altri.
Non ci avrebbe pensato a lungo se quel pomeriggio non avesse incontrato Fiorenza sul pianerottolo. La vedeva, se possibile, ancora più grassa. Vincendo il disgusto, pensando ai racconti che gli faceva Varroni, l’aveva salutata. Lei l’aveva guarda e, sorridendo tra la bava, aveva detto “Mezzabirra”. Lui stava per mettersi a ridere, chissà perché lei lo ricordava.
Capì.
Lei, si alzò il vestito, più che altro uno di qui grembiuli da bidella, e si infilò una mano tra le gambe, dentro a delle mutande che avrebbero dissuaso chiunque.
Per tutta la notte, malgrado non soffrisse di insonnia se non in presenza della suorella, si rigirò nel letto. Tra mille faccie, verso le cinque, quando già era rientrato anche quel beccamorto del figlio facendo finta di non essere scoperto, si vide davanti la faccia di Mezzabirra. Gli occhi piccoli, circondati da una barba aggrovigliata solo quanto i capelli ricci, lasciati lunghi più per incuria che per ricordo dei tempi dell’isola di White. Si ricordò le sue mani, gialle di nicotina e coperte di anelli da quattro soldi, i polsi tatuati. E si ricordò di quando, fu l’unica volta, lo vide comprarsi una frolla. Pagandola, che Mezzabirra ne faceva un punto d’onore, lo urlava spesso al bar, di essere in grado di pagarsi da mangiare. Che poi non pagasse mai quel che beveva era un altro discorso. Si ricordava di quella sera perché, uscito in strada, Mezzabirra aveva fatto cadere la frolla su una bella smerdata di piccione. L’aveva guardata, raccolta, ci aveva dato una bella soffiata e se l’era mangiata.
Decisamente era dotato di uno stomaco capace. Capace di resistere all’orrido.
Incapace di contenere l’appetito, ma in grado di resistere all’orrido.
Il giorno dopo aspettò che Adele uscisse per andare a fare la spesa
Si scambiarono poche parole. Sufficienti.
«Mezzabirra non è caduto, vero signora Adele?»
«Per la santa vergine, cosa vuole dire?»
«Vergine come sua sorella?»
Il silenzio della donna soddisfò Il Genovese.
Ancor di più fu soddisfatto quando, due giorni dopo Varroni tornò al bar.
Salutò e disse solo: «Qualcuno ha visto cadere Mezzabirra. È inciampato.»

Etichette:

sabato, febbraio 04, 2006

Alla salute, Tovarisch

Sembravano ghirlande. Stavano li, appesi al soffitto. Provoloni e prosciutti a fare da cornice al bancone pieno di costolette, fettine, cotolette impanate e cosciotti d’agnello che correvano per tutta la parete del negozio. Una macelleria stretta, di quelle con la cassiera vicino alla porta come si vedevano anni fa, sempre piena di clienti più o meno golosi, più o meno sgomitanti. Era entrato lì dopo essersi fatto una doccia nella piscina comunale più vicina. Aveva tirato su qualche soldo, chiedendo qua e là. Non aveva nuotato se non per qualche bracciata, giusto perché entrare, fare la doccia e uscire, forse, avrebbe destato sospetti da parte di qualche curioso. Non amava i curiosi.
La sera sarebbe salito su un treno per Genova e da lì sarebbe arrivato a Mentone. Passato il confine sarebbe stato facile, sarebbe andato a Marsiglia. Era stato Pierre, un corso conosciuto in quei mesi, a dirgli come fare per poter avere un passaporto, anche questo senza destare troppe curiosità.
Adesso, malgrado la gran fame, guardando la vetrina della macelleria si sentiva tranquillo. Era fuori. Finalmente. Anche questa volta.
Quando si erano presentati a casa sua, nove mesi prima, avevano sfondato la porta. Erano entrati urlando, le pistole in pugno. Alla polizia italiana piacevano questi atteggiamenti da salvatori della patria. L’avevano trovato seduto in poltrona, una piccola valigia appoggiata sulle gambe. Erano piombati nella casa al secondo piano del palazzo di proprietà di quella che, negli ultimi mesi, aveva presentato come la sede della finanziaria Nikolakis, alle quattro del mattino. Per dare maggior tono e risalto all’arresto, volevano coglierlo nel sonno. Non era certo per impedirgli di fuggire, visto che chi l’aveva denunciato l’aveva descritto come un uomo mite, quasi indifeso a vedersi.
Vedendolo seduto e pronto rimasero un po’ delusi.
Effettivamente negli ultimi due anni si era sempre presentato in maniera dimessa. Certo, sempre elegante e curato ma non si era mai mostrato se non come un contabile più fortunato e, forse, di poco più abile di altri. Non voleva dare nell’occhio, aveva già stabilito tutto, e non voleva che qualcuno si impicciasse. A tutti gli effetti era un uomo d’affari, gestiva una finanziaria che proponeva prestiti immediati, a tassi onesti. I suoi libri contabili erano impeccabili, così come la sua patente di guida. Realmente non c’era nulla per arrestarlo, tanto meno per poter ottenere un mandato di perquisizione. L’attività della finanziaria era lecita come poche altre a Milano.
Il suo proprietario, il greco Kostas Andreakis, così si presentava da qualche anno, l’aveva messa in piedi e gestita per due anni con l’aiuto di un commercialista di provata onestà, il cui nome non era mai comparso in nessuna indagine effettuata dalla Guardia di Finanza.
Aveva controllato. Possedeva abbastanza soldi per comprarsi tutte le informazioni necessarie e quando avviava un’attività di copertura, aveva piacere che fosse davvero lecita. Di copertura, appunto.
Come la sua identità, certamente fittizia, visto che l’unica traccia di Grecia nel suo organismo era il tabacco delle ottanta Karelia senza filtro che fumava pubblicamente. Non le sopportava quelle sigarette dal sapore troppo leggero, ma se le faceva arrivare appositamente in una tabaccheria del centro. Anche queste erano parte della sua identità di affarista greco, così amante e nostalgico della propria patria, da non fumare altro se non sigarette nazionali.
Per la sua reale professione era molto importante, poter gestire e giustificare la provenienza di forti somme di denaro, senza rischiare di essere collegato a nessun traffico illecito.
Aveva cominciato a quasi trent’anni. Fino ad allora era rimasto un semplice dirigente della Oto Melara, comprava acciaio tedesco e lo rivendeva sottoforma di mine anti-uomo. Un lavoro onesto, a norma di legge. Un giorno, verso la fine del 1983, bussò alla sua porta un uomo dall’aspetto sano. Era vestito con un completo blu, una cravatta regimental, su una camicia Oxford. Chiudendo la porta si presentò per quello che era, senza giri di parole né finzioni. Era Marck Garner, agente della C.I.A. di stanza a Trieste. Voleva sapere se c’era un modo per far arrivare una fornitura di armi moderne ed efficienti in Afghanistan, destinate ad un gruppo di oppositori del regime sovietico, senza che restassero tracce tali da collegare il governo americano a queste spedizioni. Il modo c’era, lo sapevano entrambi molto bene. La domanda non era stata posta a caso, serviva per capire se il dirigente della Oto Melara sarebbe stato in grado di gestirlo, questo traffico.
Non fu difficile organizzare la prima spedizione, sostanzialmente si trattava di far arrivare delle casse a Jaiselmer, in Rajasthan. A quel punto, Garner ci tenne a chiarirlo, il compito di quest’anonimo dirigente, sarebbe finito. Da lì, tramite uomini di fiducia, ufficialmente membri della fondazione italiana per lo studio della lingua indiana, sarebbero state rispedite in Italia, a Udine, nella caserma Berghinz, da dove, tramite qualche altra spedizione, sarebbero finalmente arrivate nella zona tribale tra il Pakistan e l’Afghanistan. Per le prime cinque sei spedizioni, effettuate con cadenza settimanale, l’uomo si disinteressò completamente di ogni altro aspetto che esulasse dagli accordi presi, fino a quando non si rese conto che, se riusciva a fare in modo che il governo statunitense non risultasse implicato in queste spedizioni, avrebbe potuto mantenere segreti anche i propri legami e mettersi in proprio. Questa prima operazione da libero professionista non andò troppo bene, per questo dovette abbandonare il proprio posto alla fabbrica d’armi, ma riuscì senza troppe difficoltà a far perdere le sue tracce, anche grazie alle conoscenze acquisite nella C.I.A., che collaborarono non poco a sviare le indagini della magistratura italiana. Da allora, questo anonimo dirigente di origine belga, avviò una fiorente attività commerciale la cui segretezza era garantita da svariate attività lecite, svolte ogni volta sotto diversa identità, come quella del finanziere greco.
Allora perché lo stavano arrestando? Semplice, aveva fatto in modo che accadesse, doveva incontrare un altro trafficante. Questi era stato arrestato a Pantelleria e stava per essere estradato, per questo era di passaggio a San Vittore. Il belga aveva bisogno di parlargli, non per dirgli di non fare il suo nome. Non sarebbe successo ad ogni modo e poi, a lui, quando l’aveva conosciuto in Somalia, si era presentato come cittadino guatemalteco, quindi non aveva nulla da temere.
Doveva prendere accordi per gestire una serie di affari in comune. Se lo avesse contattato nella maniera tradizionale, attraverso avvocati o posta, avrebbe bruciato la copertura guatemalteca e, forse, sarebbe stato anche coinvolto nelle indagini a carico dell’estradante. L’unica soluzione era di farsi arrestare per un’accusa fittizia, assemblata ad arte, in modo da poter essere smontata in sede di processo. L’aveva già fatto altre volte, era un modo come un altro per entrare in contatto con determinati colleghi o potenziali fornitori. In un paio di occasioni si era non solo divertito ma, con i rimborsi per il danno ingiustamente subito, aveva guadagnato qualche milione di euro. Tutto dipendeva dall’ordinamento giuridico dello stato dove avveniva l’arresto e dall’identità fittizia che impersonava in quella giurisdizione. Comunque, anche se non ci guadagnava, riusciva ad uscirne pulito, quanto bastava per far perdere le tracce cambiando identità.
Non questa volta.
Anzi, rischiava di non uscirne più. Non aveva fatto male i conti, l’accusa che aveva preparato, la trappola, come si divertiva a chiamarla, era assolutamente perfetta. L’avvocato, all’oscuro di tutto, gli aveva già detto che stavano per rilasciarlo. Questo dopo due settimane dall’arresto, il punto era che da allora erano passati poco meno di tre mesi. Troppi. In questi tre mesi, sempre secondo l’avvocato, il procuratore che si occupava del suo caso aveva chiesto un supplemento di indagini, aveva detto che il caso gli ricordava molto una causa persa dallo stato dell’Alabama, qualche anno prima. A questa notizia il belga aveva pensato che il procuratore non fosse altro che uno di quei rampanti che hanno fatto un master negli Stati Uniti e, studiata un po’ di letteratura giuridica, pensano di poter arrivare chissà dove. Ad ogni buon conto aveva cercato di prendere, tramite l’avvocato, qualche informazione supplementare, giusto per non farsi trovare impreparato se fosse stato necessario scoprirsi, e si era presto reso conto che il procuratore non era uno sprovveduto. Stava passando al setaccio tutti i casi in cui i suoi avatar erano stati implicati.
Non era il caso di perdere la calma, non per ora.
Se le identità fossero state messe in relazione, cosa sarebbe accaduto? Non voleva scoprirlo e, soprattutto, non voleva correre il rischio di dover affrontare un processo che mettesse insieme tutte le identità fino ad ora vissute. Non era schizofrenico, trafficava armi in molti paesi. Le conseguenze sarebbero state imbarazzanti.
Stava facendo queste considerazioni mentre, in cella, giocava a scacchi con un suo compagno. Era un vecchietto simpatico. Un albanese mezzo matto che verso la fine del 2002 aveva deciso di venirsene in Italia. Arrivato come clandestino era stato espulso e, recidivo, adesso si godeva la vita a spese dello stato italiano nel carcere di San Vittore. Diceva sempre che, dopo essere stato rinchiuso in un gulag, ai tempi di Tito, per 10 anni, il carcere di San Vittore era una pacchia. Anche se il cibo era uno schifo e, questo lo disse mettendo in scacco di scoperta il belga, non era certo tra i migliori club di scacchi che gli fosse capitato di frequentare. Finita la partita vennero entrambi spostati nel braccio mensa, mangiavano a gruppi di centoventi, e continuarono a chiacchierare. Il belga era distratto, continuava a pensare ai gulag, i gulag, i gulag. Più ci pensava e meno capiva perché ci pensasse tanto. Guardava il vecchio albanese come se dovesse ricordargli qualche cosa. In quel momento, a tavola, non si ricordava nulla a proposito di gulag, sapeva solo che erano dei campi di concentramento sovietici. Non gli dicevano nulla.
Capì guardando l’albanese in faccia, mentre raccontava una battuta, che uomo allegro che era. Gli ricordava un serbo che aveva conosciuto nel 1994, durante uno dei suoi tanti viaggi d’affari. Anche lui era molto allegro e nemmeno lui era serbo ma un collega. Era un armeno attirato in quella zona dalla facilità di fare affari. Piccoletto, magro magro. Era uno spettacolo vederlo farsi la barba la mattina, ci metteva cura e pazienza, come se dovesse andare ad un appuntamento con la propria sposa poi, dopo due ore, aveva la faccia di chi ha dimenticato il rasoio prima di partire per le vacanze. Era cresciuto in un piccolo villaggio dove fino ai sei, sette anni i maschi restavano attaccati alle gonne della madre poi cominciavano a fare il lavoro del padre. Di solito passava un mese, così diceva, poi cominciavano a stare col padre anche dopo il lavoro, a bere vodka. Per quello, poi, lui aveva una passione particolare. Diceva di chiamarsi Leoned ma quando era molto ubriaco e solo se erano lui, il belga e nessun altro, si alzava in piedi, si metteva sull’attenti e urlava di chiamarsi Leoned Ilic Sarkisyan. Poi guardava il belga e, con gli occhi lucidi, gli diceva che lui lo poteva chiamare Tovarish. Una sera, mentre aspettavano l’arrivo di un camion di Mp5 gli raccontò perché volesse essere chiamato Tovarish. Era in memoria di suo nonno, che non aveva mai conosciuto. La nonna gli aveva raccontato poco di quest’uomo, sapeva solo che durante la seconda guerra mondiale era stato internato a Mauthausen.
Era un ufficiale russo, non ne uscì mai.
La nonna diceva che gli occhi li aveva presi da lui, poi piangeva.
Non era stato ucciso dai tedeschi, era morto da ufficiale dell’Armata Rossa. Erano in venti ad essere rinchiusi. Sapevano qual’era il loro compito di ufficiali, dovevano cercare di fuggire per raggiungere al più presto la loro armata o almeno una colonna alleata. Conoscevano tutti la difficoltà della fuga e ognuno dei venti aveva un compito preciso. Ne sarebbero usciti solo cinque, era tutto organizzato perché uscissero solo quei cinque, scelti, non sorteggiati. Di notte sarebbero usciti dalla baracca e, arrivati all’ultima recinzione, tutti sarebbero corsi verso il muro. I primi cinque si sarebbero accovacciati a terra, altri cinque saliti su di loro avrebbero fatto da appoggio ad altri cinque.
Questi si sarebbero buttati sul filo spinato.
Per interrompere il contatto, per permettere di fuggire agli ultimi cinque. Il nonno dell’armeno era nel primo gruppo.
Ogni volta che il belga pensava a questa storia gli usciva una lacrima, se beveva anche più d’una. In questo caso si mise a ridere. Ecco perché le parole dell’albanese lo facevano pensare a vuoto. Doveva scappare.
Come ci riuscì non importa, certo è che gli ufficiali sovietici resero la loro fuga molto più epica.
Uscito dalla macelleria entrò nel bar vicino, quello davanti alla lavanderia a gettoni appena dopo il semaforo e ordinò una vodka.
Alla tua, Tovarisch.

Etichette:

venerdì, ottobre 07, 2005

Uno fra tanti

Era entrato con aria dimessa.
Una giacca marrone, dei pantaloni grigini, un golfino azzurro su una camicia scelta tra le altre.
Un viso semplice, con le rughe degli anni, la barba a far capolino, certamente tagliata, ma senza passione, con un gesto ripetuto negli anni.
La mascella serrata, a coprire dei denti mancanti o forse una dentiera un po’ instabile.
Il nonno, un nonno.
L’anziano qualsiasi, quello cui cedi il posto in tram, che odora di semolino, che ha le orecchie un po’ grandi.
Era entrato salutando la guardia giurata all’ingresso, col garbo di chi ha bisogno di un’informazione e si era fatto indicare il banco dei lettori mp3. Con cortesia aveva attirato l’attenzione della commessa e aveva chiesto un cavo per il modello mostrato, “sa, è per mio nipote ma io non ne capisco”, aveva detto.
Aveva chiesto di vedere il modello nell’espositore e si era attardato a far confronti.
A chiedere informazioni per far bella figura con il nipote, che era così caro da meritare magari un regalo, invece di un cavo. La commessa era andata a cercare il manuale di istruzioni.
Al suo ritorno lui era uscito senza far acquisti, sorridendo alla guardia, con un lettore in tasca.

Etichette:

giovedì, settembre 22, 2005

Un grillo al duomo

Me l'avevano sempre detto: non fare tardi, vai a dormire quand'é il momento. Non fare tardi.
Ma io no! Testone che non sono altro, Io sono grande, un grillo che sa prendere decisioni sulla propria vita. certo, e infatti guarda dove sto ora, a voler fare il grillo viveur.
"Vai a dormire presto!" mi dicevano; ma no, dovevo fare di testa mia, dovevo andare in giro a tirar mattina con la mia amica cicala.
Già.
Brava lei, poi. Tanto cosa le importa, "Ti porto io a fare un bel giro, vedrai che giornata!" certo, mica lavora la notte.
Lei.
Io si, invece.
Mica me ne sto a dormire che devo star qua, a far cri-cri.
Eccomi qua ora, con un sonno che sembro una vespa in inverno, rincoglionita dal freddo a sbattere contro le finestre.
E poi, dove diavolo sono? Hai un bel dire l'istinto, vai in giro tanto sai come tornare al tuo nido di grillo, ma qui? Qui non c'é terra, si va ben l'aiuola, l'aiuola. Ma me la chiamate anche terra quella? che l'unico albero che c'é é un affare duro che ancora mi fanno male i denti se penso alla botta che ho dato? Un bagaglio giallo che ogni tre minuti fa un fiore rosso poi verde poi giallo.
Ma dove sono, dico io, qui a far cri-cri.
Per me domani mattina altro che giro con la cicala, vado a dormire!

Etichette:

lunedì, maggio 23, 2005

No virgola grazie

Ho freddo lungo la discesa, è maggio e ho freddo. E non è un freddo metaforico. Ho proprio freddo. I piedi freddi, le gambe fredde nei pantaloni troppo estivi. Due felpe con i rispettivi cappucci tirati su, sto pedalando e ho freddo. Ho appena passato una salita e ho freddo. Una mano in tasca, l’altra sul manubrio, tra poco penso che invertirò l’ordine.
Cazzo, che freddo.
Lei è li. In piedi sul marciapiede. È li in piedi in una posizione così scontata da non essere neppure equivoca.
Eppure non sembra, anzi, pare che aspetti qualcuno. Se ne sta lì, con la borsetta in mano, ad aspettare. Me o chiunque altro, eppure sembra che aspetti un’amica o un autobus, come si dice ai bambini.
Pedalando ascolto musica e quando mi dice “scopare” capisco tutt’altro. Anzi, continuando a pedalare dico “prego?” (sia mai che si fosse persa, magari vuole un’informazione) ma lei ancora “scopare, scopare”. Dico “no, grazie”. No virgola grazie.
Poi è ancora strada in bicicletta, poi è freddo, notte e tristezza.

Etichette:

sabato, maggio 21, 2005

Quel che deve accadere accade

Non si ricordava il suo volto.
Minimamente.
L'aveva baciata, l'aveva sfiorata e si erano lasciati con la promessa di rivedersi la sera successiva.
Questo era tutto quello che ricordava di lei. Questo e che aveva le sopracciglia tinte come i capelli. Niente di più. A chi gli chiese di lei non seppe dire nulla se non che i capelli erano rossi. E lisci.
Sapeva solo che quella sera si sarebbero visti, con un unico scopo.
La giornata era passata tranquilla, senza scossoni ed era strano per uno come lui.
Sapeva di non provare nulla per lei, non era neppure sicuro dell'attrazione fisica. Come avrebbe potuto se nemmeno si ricordava che faccia avesse? Era quasi infastidito da questa sensazione. Era come avere un appuntamento al buio dall'esito scontato. Era come attendere su un baratro, senza alcun brivido, senza alcuna attrazione per il vuoto un passo più avanti. Era qualche cosa di noioso.
Eppure.
Eppure quella sera l'aveva attesa. Per curiosità e per un brivido che quel giorno, proprio quel giorno, lo portava ad accontentarsi. Non per fatalismo, forse per pigrizia.
O all'epoca era ancora ripicca? Ripicca nei confronti di chi non importa, quello era uno di quei giorni in cui lui aveva bisogno di una ripicca. Come tutti.
Come forse sarebbe ricapitato.
Ecco. Se non era sentimento né attrazione fisica poteva essere ripicca. Era già qualcosa e non era impegnativo. Soprattutto non valeva nulla, come non vale nulla un gesto inutile.
Ma ne aveva bisogno. Dopo si sarebbe fatto schifo ma ancora non lo sapeva. Lo sospettava, certo, ma gli mancava quella sicurezza tale da inventarsi una scusa che fosse sufficientemente credibile ed altrettanto stupidamente patetica da raccontarla in giro.
Voleva la sua ripicca e in un modo o nell'altro l'avrebbe ottenuta.
Non era convinto di ciò che stava facendo e non aveva alcuna via di fuga. Per poter scappare il giorno dopo, quella sera si era rinchiuso in un angolo.
C'era una possibilità, a ripensarci l'unica, ma si sarebbe sentito troppo vile. No, all'appuntamento ci sarebbe andato. Non l'avrebbe fatta tornare a casa infastidita per un paio di quarti d'ora di troppo persi ad aspettare. Che lei potesse fare lo stesso se lo aspettava, e in questo caso lo sperava vagamente pur sapendo che come era successo altre volte questa volta non sarebbe andata così. Era inevitabile.
E poi era curioso.
Uscì di casa e andò ad una festa noiosa. Tutto sarebbe stato noioso in quel momento. Sapeva bene cosa lo attendeva, eccome se lo sapeva. Ma sembrava che andasse bene così. Che vi fosse una remota possibilità di errore. Che se non si fosse sbagliato tutto sarebbe stato talmente squallido da valerne la pena.
Arrivò in perfetto orario all'appuntamento.
Come lei che lui non riconobbe. Che lo riconobbe.
Non la riconobbe al punto che compianse chi sarebbe arrivato all'appuntamento di lei.
Lei lo fermò.
Era mora. Era riccia.
Ieri era rossa.
Ieri, oggi c’era stato un parrucchiere. Lui vedendola tentò la sola carta che gli restava per non affondare in ciò che sarebbe stato altrimenti inevitabile.
Cercò di giocare la carta che non avrebbe mai giocato, quella cha in altri casi avrebbe temuto e da cui sarebbe fuggito. Ma non glie ne restavano altre e scappare non era possibile. Dal momento che era li, non aveva alcun modo per andarsene.
La invitò a ballare. Aveva un piano. L'opposto del prevedibile. Si sarebbe ubriacato con scientifica precisione. Si sarebbe fatto abbandonare perché incapace di reggersi in piedi.
Lei rifiutò, aveva i tacchi.
Fu la scusa di un film. Lungo la strada lei cercava il suo numero di telefono, lui no.
Poi il film, poi.
Dopo, dopo tutto alla luce lei era noiosa. E forse lo era anche lui, in quel momento prevedibile. Ma non poteva vedersi. Anche se lo sapeva e ne provava fastidio.
Provava fastidio e noia, e rabbia per una ripicca mancata. Non si rividero più.

Etichette: